Salvatore Lo Russo è stato un boss di camorra. Temuto, rispettato. Il capo dello storico, omonimo clan di Miano con ramificazioni nella Sanità a Napoli. Ha comandato uomini, piazze di spaccio. A metà degli anni 2000 è finito in carcere. Ha deciso di collaborare con la giustizia. Ed agli inquirenti non ha parlato soltanto da boss. Ha parlato da padre. Confidando loro che sognava per il figlio un futuro diverso. Fuori dalle logiche delle cosche. Fino a rappresentare il rammarico per non esserci riuscito. Il verbale è datato 1 marzo 2011. E’ agli atti dell’inchiesta culminata all’alba del 16 settembre in 34 arresti tra capi e affiliati del clan Lo Russo, al termine di un lungo lavoro di indagine condotto dai carabinieri della stazione di Marianella e del comando provinciale di Napoli e coordinato dai pm Henry John Woodcock ed Enrica Parascandalo della Dda partenopea.

“Ho fatto sempre il possibile per tenere mio figlio fuori dalle logiche criminali. Da quando tornò in libertà dopo aver scontato la condanna per le armi, dopo aver trascorso in Sardegna il periodo assegnatogli per aver beneficiato dell’indultino, tornato a Napoli nei primi anni 2000 me lo chiamai e cercai di convincerlo a stare fuori da certe dinamiche”. Salvatore Lo Russo parla del figlio Antonio, che nell’ordinanza di custodia cautelare viene indicato come ‘socio’ di alcune piazze di spaccio della droga. Antonio Lo Russo è un nome noto alle cronache partenopee per essere stato fotografato come giardiniere a bordo campo di Napoli-Parma, partita finita nel mirino della giustizia sportiva (senza conseguenze), e perché Ezequiel Lavezzi, credendolo un capo ultrà, lo invitò a casa sua a giocare alla playstation, verbale finito agli atti del processo all’ex capo della Mobile Vittorio Pisani (poi assolto).

“Non aveva bisogno di nulla – dice Salvatore Lo Russo – e quindi gli proposi di aprire fuori Napoli un ristorante o altre attività imprenditoriali. Lui però mi rispondeva che non intendeva lasciare Napoli e mi chiedeva di rispettare le sue scelte. Io gli stavo dietro in maniera ossessiva fino al punto di essere rimproverato da mia moglie e dalle mie figlie che mi accusavano per colpa mia che Antonio rischiava di prendere un esaurimento nervoso”. Papà Salvatore però si arrende, e alla fine lo introdurrà nel giro camorristico: “Quando comunque capii che coltivava ambizioni malavitose cercai di controllare la cosa e quindi lo inserii al fianco di M. S. nel traffico di sostanze stupefacenti. Mi raccomandai con Scala che lo facesse ‘fesso e contento’. Nel senso di dargli la sensazione di essere operativo senza tuttavia coinvolgerlo più di tanto”.

La cosa prenderà la piega più prevedibile. “Alla fine con il tempo mio figlio ha finito per gestire al mio fianco il traffico di sostanze stupefacenti che abbiamo gestito per lo più nei rapporti con gli scissionisti”.