L'attaccante del Napoli Ezequiel Lavezzi

Ogni volta che si parla di calcio e camorra ritornano alla mente le foto del Pibe de oro, Diego Armando Maradona, leggenda del dio pallone, nella vasca da bagno in compagnia dell’allora latitante Carmine Giuliano, detto o lione, padrone di Forcella. Era il 1986, il Napoli vinceva in quella stagione il suo primo scudetto. Oltre due decenni dopo quei rapporti spericolati tra calciatori e boss tornano di attualità, un filo di ombre e relazioni che non si è mai interrotto.

Il procuratore aggiunto Giovanni Melillo, descrivendo l’operazione contro il gruppo Bronx, per spiegare il potere di condizionamento del mondo ultrà, ha fatto chiaro riferimento ai rapporti tra calciatori e gruppi organizzati per condizionare i rinnovi contrattuali. Il giocatore in questione è Ezequiel Lavezzi, attaccante azzurro. L’episodio è stato raccontato dal calciatore napoletano ai pubblici ministeri che indagano sulle attività del clan Lo Russo ed è agli atti dell’operazione della Digos di oggi.

Lavezzi spiega ai pm l’amicizia con Antonino Lo Russo, figlio del capoclan Salvatore, oggi pentito: “L’ho conosciuto a Castelvolturno, presentandosi (sic) come esponente degli ultrà della curva B. Questa persona in qualche occasione è anche venuta a casa mia insieme ad altri tifosi (…) Io lo conosco come un capo della tifoseria e per me era abbastanza normale intrattenere questi rapporti anche perché pure in Argentina è un’usanza diffusa. Ad esempio dico che quando si profilava la possibilità che io lasciassi il Napoli fu proprio questa persona ad attivarsi perchè in curva B fosse esposto uno striscione che mi invitava a non andare via (…) Con Antonio era nata una certa confidenza al punto che veniva a casa senza alcun preavviso e magari è possibile anche che neanche mi trovasse. Non vedo questa persona da diverso tempo e poi ho saputo che ora è latitante in quanto è un camorrista, ma posso assicurare che fino a quel momento non sapevo chi fosse”.

I rapporti spericolati non sono finiti. Tra gli arrestati nell’operazione contro i Bronx c’è Francesco Fucci, che risulta essere collegato a esponenti della famiglia camorristica dei Mazzarella, operante nel traffico di droga e delle estorsioni. Durante le indagini della Digos, Fucci era già agli arresti domiciliari, per un’inchiesta della Procura di Genova su un traffico di stupefacenti. Nonostante i domiciliari, Fucci ha più volte ricevuto le visite di un tesserato del Napoli Fabiano Santacroce, difensore della squadra azzurra.

Il gip Luigi Giordano spiega: “Nessuna condotta è ascrivibile ai calciatori. Pur tuttavia, simili contatti andrebbero evitati da parte di atleti professionisti perché non consistono in relazioni con normali tifosi appassionati di sport. Di certo non andrebbero frequentate persone quando sono ristrette in regime di arresti domiciliari”. Santacroce, oggi in forza al Parma, è andato da Fucci diverse volte, nel 2010, per portagli omaggi e gadget.

Santacroce non è il solo. Altri calciatori erano in contatto con Fucci anche se si sono mostrati più prudenti. Santacroce viene ascoltato a fine dicembre 2010 dai magistrati e racconta: “Posso dire di conoscere un tale Francesco e un altro soprannominato ‘il biondo’ in questo momento, per quanto ne so, detenuto a Monza. Non so precisamente di che curve siano, li ho conosciuti tramite Paolo Cannavaro (capitano del Napoli, ndr), in occasione di un allenamento a Castelvolturno. (…) Successivamente li ho rivisti sempre al campo, avendo lasciato a Francesco il mio numero di telefono, gli ho regalato anche delle maglie (…) Non ho mai fatto una cosa simile con altri tifosi. L’ho fatto perché mi sembrava una persona a posto, e sapevo che lui era agli arresti domiciliari, per avermelo detto lui stesso al telefono (…) voglio precisare che mi ha chiamato ripetutamente, voglio dire ‘tartassato’ per la questione delle magliette(…) Cerchiamo di avere buoni con la tifoseria, soprattutto organizzata anche perché questo ci consente di giocare con minore pressione”.