In vista dell’inverno sale la preoccupazione dell’Europa sul rischio di uno stop delle forniture di gas dalla Russia, a causa della crisi Ucraina. Preoccupazione nutrita, spesso più del dovuto, da una serie di mosse e contromosse che aumenta i reciproci sospetti: blocchi delle consegne di gas ai Paesi che aiutano Kiev, sanzioni, embarghi e iniziative da parte di Mosca per diversificare i compratori. Il tutto condito dal solito spauracchio: la possibilità di rimanere al freddo e al buio. Proprio la settimana scorsa la Polonia ha subìto un progressivo calo, fino al 45%, delle consegne di gas dalla Russia, anche se venerdì il flusso è tornato normale. Il sospetto è che si sia trattato di una ritorsione per aver rivenduto il prodotto russo all’Ucraina, a cui Mosca ha chiuso i rubinetti per morosità, attraverso il reverse flow, ossia l’inversione di flusso dei gasdotti. Un meccanismo che di fatto aggira il blocco delle forniture a Kiev da parte di Gazprom e che per questo Mosca definisce “semi fraudolento”.

La Russia “ha cominciato a limitare le forniture di gas alla Polonia con l’obiettivo di distruggere il flusso di gas che noi riceviamo dalla Polonia stessa”, ha detto l’ad della società statale dell’energia ucraina Ukrtransgaz, Ihor Prokopiv. Gazprom tuttavia sostiene che si sia trattato semplicemente di un problema tecnico e ha confermato di non essere in grado di fare fronte alle richieste di Pgnig che gestisce i gasdotti polacchi perché ne hanno richiesto il massimo livello possibile. Nel mentre, però, anche la Slovacchia sostiene di aver ricevuto il 10% in meno rispetto ai volumi contrattuali, l’Austria ha denunciato una flessione dei flussi del 15% e in Germania (la prima ad aver spinto per nuove sanzioni) il gruppo energetico E.On ha registrato una “leggera riduzione”. E’ noto da tempo che le tensioni tra Kiev e Mosca non riguardano solo il conflitto tra i ribelli filorussi e l’esercito ucraino nelle zone di confine, ma anche il gas: la prima accusa la seconda di avere intenzione di fermare le forniture, la seconda accusa la prima di volersi appropriare illegalmente del metano destinato all’Europa per le proprie necessità. Secondo il Cremlino, infatti, se l’Ucraina non riuscirà a pompare entro 60 giorni nei suoi stoccaggi altri 10 miliardi di metri cubi di gas il prossimo inverno dovrà fare i conti con una carenza di 220 milioni di metri cubi al giorno.

L’eventualità di un blocco delle forniture fa tremare l’Europa. La Russia soddisfa circa un terzo della domanda europea di petrolio, carbone e gas naturale. Tutta la rete di gasdotti continentale in Europa è stata costruita da est a ovest per importare gas russo. Finora Bruxelles ha adottato la strategia “del bastone e della carota”. Da una parte fa la voce grossa, approvando un altro pacchetto di sanzioni contro la Russia. Tra le misure, il divieto per le compagnie petrolifere europee di firmare nuovi contratti per acquistare greggio da Rosneft, Gazprom Neft o Transneft. Tutti gli accordi presi precedentemente restano però in piedi. La joint venture fra l’italiana Saras della famiglia Moratti e Rosneft, ad esempio, non viene minacciata.

Dall’altra parte però Bruxelles lancia segnali distensivi, sostenendo che si tratta di sanzioni che l’Ue è pronta a rivedere “in tutto o in parte” se Mosca cambierà strada. E ha tentato di continuare i negoziati, proponendo a Russia e Ucraina un incontro trilaterale per il 20 settembre proprio per risolvere la questione del gas. Il consigliere economico di Putin, Andrei Belousov, ha però già fatto sapere di voler rispondere alle sanzioni dell’Unione europea con altre sanzioni e dice di avere pronta una lista dei prodotti che saranno colpiti. Mentre formalmente Mosca lunedì ha fatto sapere che la data proposta per il summit non va bene per la sua agenda e così Bruxelles dovrà proporrne una nuova. Nel mentre, l’Europa sta cercando di mettere a punto un “piano b”. Fonti comunitarie citate dall’agenzia Reuters spiegano che, tra le misure allo studio, ci sono il divieto di rivendere gas per rafforzare le riserve e la limitazione dell’uso industriale. “Nel breve-termine, siamo molto preoccupati per le forniture invernali all’Europa sud-orientale”, ha detto la fonte.

Come spesso accade, la preoccupazione si fa ancora più marcata in Italia, uno dei maggiori importatori di gas russo. Nel 2013 oltre il 40% dei consumi nazionali sono stati coperti dal gas russo, fonte a cui l’Italia non può rinunciare: “Il gas continuerà a svolgere un ruolo centrale verso la decarbonizzazione e pertanto assicurare le forniture di gas all’Europa è oggi una priorità assoluta”, ha detto di recente il ministro dello Sviluppo, Federica GuidiPer ridurre la dipendenza energetica in un orizzonte di medio termine, il governo sta spingendo l’acceleratore sul tanto contestato Tap, il gasdotto che dovrebbe portare il gas azero in Italia senza passare per l’Ucraina. In più con lo Sblocca Italia vorrebbe rendere più agevole la ricerca e lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi presenti nel nostro sottosuolo. Nel breve periodo, però, non ci sono soluzioni. E non è possibile neppure dire quanta autonomia potrebbero darci le riserve italiane di gas in caso di interruzione totale delle forniture russe.

Molti analisti del settore tuttavia sono scettici sulla possibilità che realmente la Russia chiuda completamente i rubinetti e sorridono all’idea di un inverno al buio e al freddo. Effettivamente Mosca finora ha bloccato i flussi all’Ucraina tre volte negli ultimi dieci anni (2006, 2009 e da giugno di quest’anno) a causa di controversie sul prezzo, ma ha sempre continuato a fornire il prodotto destinato all’Ue. Del resto, un blocco delle forniture sarebbe un macigno pure per l’economia russa, che si basa proprio sull’esportazione di gas. E anche l’avvio dei lavori di Gazprom per il gasdotto Power of Siberia, che dal 2018 dovrebbe fornire gas russo alla Cina, viene visto da molti osservatori come una manovra politica. Un modo per mettere sotto pressione l’Europa e mostrare, almeno apparentemente, di avere alternative. Tuttavia, al di là del semplicistico black out sì-black out no, il perdurare delle tensione tra Russia ed Unione europea porta con sé una serie di problemi economici. Già a luglio, ad esempio, i prezzi del gas sono aumentati del 35% proprio per la minaccia di una riduzione delle forniture. E le misure previste dal “piano b” di Bruxelles non sono a costo zero: la riduzione dei consumi industriali danneggerebbe ancora di più l’economia europea e il divieto di rivendere gas fuori dall’Ue colpirebbe molte imprese del settore.