Primarie, più che l’idea può il volto. Breve antologia dell’ascesa (e della caduta) del metodo importato dagli Usa
Due secoli abbondanti fa. Siamo negli Stati Uniti e i progressisti, tradizionalmente riuniti in quel grande corpaccione politico che conosceremo come i Democratici, la balena rossa che raccoglie liberal e sinistra, tiene insieme moderatismo e anticonformismo e suscita le simpatie prevalenti degli immigrati nordeuropei e degli afro, chiama a raccolta i suoi simpatizzanti per selezionare colui o colei che salirà sul campo di battaglia per le elezioni presidenziali. È la rivoluzione copernicana, il cambio di registro, la proposta politica viene infatti capovolta. Non più il programma, le idee, ma il volto. Conta Lui, elle maiuscola, o Lei, ugualmente maiuscolo. Maschio o femmina, la faccia che saprà condurre il partito alla vittoria. Le primarie, la selezione preventiva o appunto l’anteprima della contesa vera. Un ring impietoso dove gli amici diventano nemici, i colpi bassi si sprecano, e i contendenti, come pugili sul ring, se le danno di santa ragione. C’è però l’altra faccia della medaglia: può una coalizione fortemente competitiva rovinare fino all’ultimo nella contesa interna e rinunciare a una indicazione chiara, a una leadership che metta in gioco il suo futuro affidandolo al voto?