Nel braccio di ferro politico e diplomatico tra Europa e Russia, che si è inasprito con l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Ucraina, le infrastrutture energetiche come il South Stream sono diventate pedine chiave. Ma a chi serve il nuovo maxi-gasdotto? In certa misura proprio all’Europa, più di quanto Bruxelles voglia ammettere. Oltre naturalmente alle imprese partecipanti, tra cui le italiane Eni e Saipem. Ma più di tutti serve alla Russia, che dipende dai ricavi dell’export più che l’Europa dal suo gas. L’Europa copre con il metano quasi un quarto del suo fabbisogno di energia primaria. Il 30% del gas che consuma viene dalla Russia e una metà di questo, circa 80 miliardi di metri cubi all’anno, transita per l’Ucraina. Negli ultimi anni le dispute Mosca-Kiev sul gas hanno portato all’interruzione dei flussi all’Europa nel 2006 e nel 2009. La risposta russa è stata tentare di aggirare l’Ucraina, a Nord con il gasdotto North Stream con approdo in Germania, capacità 55 miliardi di metri cubi all’anno, inaugurato nel 2011-12, e a Sud con il South Stream, 63 miliardi di metri cubi all’anno, invece ancora da costruire.

I soci del tratto offshore del progetto, che attraverserà il Mar Nero per poi proseguire via Balcani fino in Europa centrale, sono la russa Gazprom con il 50%, Eni con il 20, la francese Edf con il 15 e la tedesca Wintershall, controllata di Basf (15). La decisione finale di investimento sul tratto sottomarino è stata presa nel 2012. L’avvio della prima linea è atteso a fine 2015 e dell’ultima nel 2018. Con lo scoppio della crisi russo-ucraina, la tensione sul progetto è cresciuta. Se Bruxelles, da sempre sostenitrice del progetto rivale Nabucco, oggi tramontato, non aveva mai guardato South Stream con simpatia, da febbraio è passata a un aperto ostruzionismo. Arrivando di recente a chiedere e ottenere dalla Bulgaria, paese di transito del gasdotto, l’interruzione dei lavori sul tratto locale avviati a fine 2013.

Il bluff di Bruxelles – Nella linea europea non mancano le contraddizioni. Incoraggiando Kiev a spostare il suo asse verso Ovest, l’Europa ha contribuito a innescare una transizione politica dal futuro incerto. Conseguenza immediata e certa però è stata una nuova disputa sul gas tra Mosca e Kiev che la Ue fatica a gestire e che minaccia la sua stessa sicurezza energetica. Nella partita con Mosca, Bruxelles insiste inoltre nel mostrare una carta che non ha: la possibilità di rinunciare dall’oggi al domani al gas russo. In realtà è vero che col calo dei consumi degli ultimi anni e la crescita delle rinnovabili il potere contrattuale della Russia si è fortemente ridimensionato. E che una limitata interruzione dei flussi sarebbe gestibile. Ma tutt’altra cosa è pensare di fare di colpo a meno di 130 miliardi di metri cubi di gas ogni anno. Nessuna delle alternative ipotizzabili, infatti – dall’impostazione dagli Stati Uniti dello shale gas (quello estratto dalle rocce) alle forniture dal Mar Caspio – può coprire l’ammanco almeno nel medio termine. Nella migliore delle ipotesi gli Stati Uniti esporteranno circa 20 miliardi di metri cubi annui dal 2015 e altrettanti dal 2018, e per averli l’Ue dovrà competere con i prezzi dell’Asia. Quanto al Caspio, se il gasdotto Albania-Puglia TAP riuscirà a superare le opposizioni locali, porterà 10 miliardi di metri cubi annui di gas azero dal 2019. Infine, l’Europa può certo ridurre il peso del gas nel proprio mix energetico ma anche questo richiede tempo e risorse. Non a caso, in conclusione, secondo il think tank Oxford Institute for Energy Studies, da un punto di vista puramente commerciale la scelta migliore per l’Ue sarebbe di sostenere South Stream.

Meglio l’Austria che Tarvisio – Al maxi-gasdotto, che oltre a Eni vede in campo Saipem nella posa della prima linea, non mancano del resto neppure i sostenitori. Nato nel 2007 proprio in seno alla partnership tra Eni e Gazprom, South Stream ha sempre goduto dell’appoggio dei governi italiani, sia con l’ex premier Romano Prodi – a cui, come racconta lui stesso, il Cremlino offrì perfino la presidenza del consorzio dopo la fine del suo governo – sia con Silvio Berlusconi, fino ad arrivare all’attuale governo. Ciò non ha impedito tuttavia a Gazprom di spostare dall’Italia all’Austria all’Italia il punto di arrivo europeo della pipeline. Interpellato dal Il Fatto Quotidiano l’ufficio stampa di Gazprom conferma che con gli accordi perfezionati con l’austriaca OMV – per anni sul fronte opposto come capofila del Nabucco – “l’approdo di South Stream in Europa diventa Baumgarten e non più Tarvisio”, come previsto negli ultimi anni. Lo hub austriaco è oggi il più importante dell’Europa centrale e da qui il gas potrà proseguire per l’Italia attraverso il già esistente gasdotto TAG, controllato dalla Cassa depositi e prestiti, ha rimarcato nei giorni scorsi il numero due di Gazprom Alexander Medvedev.

In ogni caso il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dello Sviluppo Federica Guidi ribadiscono spesso la strategicità dell’opera per il nostro Paese. E d’altra parte l’Italia non è l’unica voce “stonata” con le posizioni di Bruxelles verso la Russia. Ci sono i paesi di transito del South Stream, come la Bulgaria o l’Ungheria. Costretti alle esportazioni Altri Paesi sono legati a Mosca da una forte interdipendenza commerciale. Oltre alla stessa Italia è il caso della Germania, in prima linea (almeno fino a poco fa) nell’auspicare una soluzione negoziale alla crisi ucraina. O della Francia, che partecipa a South Stream con Edf e con la Russia ha in ballo una fornitura di navi porta-elicotteri per 1,2 miliardo di euro. In ogni caso la più interessata alla realizzazione di South Stream resta la Russia. Negli ultimi anni con la crisi dei consumi e l’aumento della concorrenza sul mercato Ue, la leadership di Mosca come fornitore di gas dell’Europa è finita sotto pressione. E in questo contesto di domanda già debole le politiche Ue su efficienza e rinnovabili hanno progressivamente eroso spazi di mercato al gas e il processo è destinato a proseguire. Per l’economia russa invece l’esportazione di gas rimane vitale per far quadrare i conti. Come emerge da un’analisi di Federico Pontoni e Antonio Sileo pubblicata sul sito lavoce.info, ad esempio, Gazprom realizza la stragrande maggioranza dei propri margini con l’export in Europa. Numeri che i recenti accordi russi con la Cina, pur aprendo prospettive di diversificazione nel medio termine, non bastano per ora a riequilibrare.