Jeremy Rifkin scrisse nel suo libro, The End of Work (1995), che la questione sociale più importante del ventunesimo secolo sarebbe stata la disoccupazione di massa causata dal progresso tecnologico, che avrebbe portato rapidamente alla sostituzione del lavoro umano con quello svolto dalle macchine, sempre più intelligenti ed autonome: “Stiamo entrando in una nuova fase della storia mondiale, quella in cui sempre meno lavoratori saranno necessari per la produzione di beni e servizi per la popolazione globale”. Previsione, questa, nient’affatto nuova, perché già anticipata da molti altri studiosi, come, ad esempio, Jonh Keynes, Peter Drucker, Wassily Leontief (premio nobel) e tanti altri. Leontief, infatti, nel 1983, già dichiarava che: “Il ruolo degli umani, inteso come il più importante fattore della produzione, è destinato a diminuire, come già accadde con i cavalli nella produzione agricola, il cui ruolo prima diminuì e dopo fu eliminato a causa dell’introduzione dei trattori”.

Al gruppo già folto di studiosi si è unito, nel 2009, Martin Ford, uno dei più importanti manager nella produzione di software, il quale ha affermato convinto, nel suo libro (The Lights in the Tunnel), che: “Ad un certo punto, in futuro, – tra molti anni o decenni – le macchine saranno in grado di svolgere i lavori di una larga percentuale di persone “medie”, e queste persone non saranno più in grado di trovare nuovi lavori”.

Ancor più di recente, c’è chi ha sostenuto, come hanno fatto Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, con i loro due libri di successo negli Usa (Race Against the Machine e The Second Machine Age), che siamo entrati già da un pezzo nella fase storica descritta dagli autori soprammenzionati. Essi sostengono, infatti, che la causa principale della attuale disoccupazione di lunga durata (o disoccupazione strutturale) negli Stati Uniti (ma presumibilmente ciò vale anche per altri paesi industrializzati), cioè quella che non si riesce più a riassorbire nel mercato del lavoro, neanche nei periodi di ripresa economica, dipenderebbe essenzialmente dalla crescente sostituzione del lavoro umano con le nuove macchine computerizzate. Ciononostante – lamentano gli autori, che, a sostegno della loro tesi, riportano diversi dati e riflessioni interessanti, – nel dibattito mainstream e nei documenti ufficiali delle istituzioni economiche (nazionali e internazionali) questo tema è del tutto ignorato. In questi documenti, infatti, non sono neanche menzionate le parole: computer, hardware, software o tecnologia. Come sottolineato di recente anche dal giornalista Farhad Manjoo su Slate Magazine: “Gran parte degli economisti non stanno prendendo seriamente queste preoccupazioni. L’idea che i computer possano significativamente incidere sul mercato del lavoro – e, di conseguenza, indebolire l’economia globale – resta finora emarginata”. 

A rafforzare le preoccupazioni espresse sopra ci sono due pubblicazioni, del 2013 e del 2014; la prima  è di Carl Benedikt Frey e Michael Osborne (The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs to Computarisation), che si riferisce esclusivamente al contesto statunitense, e la seconda è di Jeremy Bowles (The Computarisation of European Jobs) e si focalizza sulla situazione europea. Frey e Osborne  calcolano che, nei prossimi 10-20 anni, il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti sarà minacciato dalle nuove macchine computerizzate, mentre Bowles, seguendo lo stesso metodo di calcolo usato da Frey e Osborne, è giunto a calcolare una perdita pari al 50% dei posti di lavoro nell’Unione Europea, con vette fino al 60% in Italia. 

I risultati ottenuti dai calcoli di questi autori si assomigliano – ciò è dovuto probabilmente dal metodo simile adottato per il calcolo – in particolare con riferimento all’analisi del tipo di lavori che si andrebbero a perdere. Essi sostengono che sarebbero in particolare i lavori poco qualificati o quelli mediamente qualificati ad essere destinati a sparire e non, invece, quelli altamente qualificati. Infatti, Bowles afferma che nei paesi nordeuropei (Svezia, Norvegia, Regno Unito), dove i lavori altamente qualificati sono più diffusi rispetto ad altri paesi Ue, la percentuale dei posti di lavoro a rischio sarebbe più bassa, pari cioè a quella degli Usa (47%). 

Su questo punto, bisogna dire che i risultati di Frey, Osborne e Bowles si allontanano dalle previsioni di Brynjolfsson e McAfee, secondo cui a rischiare il posto di lavoro, in quantità sempre maggiore, saranno i lavoratori qualificati e altamente qualificati (cioè i laureati), trattasi però  di coloro che svolgono mansioni qualificate che non richiedono delle capacità ipercreative o iperspecializzate. Del resto, a giudicare dalle notizie che ogni giorno abbondano sui giornali di tutto il mondo, i software-medici (chirurghi), i software-docenti (di lingua inglese, già attivi in Corea del Sud), i software-giornalisti (che si calcola abbiano già sostituito quasi il 20-30% dei giornalisti da desk o di cronaca negli Stati Uniti) sono già operativi da un pezzo, incidendo in modo considerevole sul mercato del lavoro qualificato e altamente qualificato. Non che il mercato del lavoro meno qualificato non stia già subendo colpi in questo senso; basterebbe ricordare qui l’eccezionale investimento della Foxconn (la fabbrica cinese che produce i software per molte importanti multinazionali, come Apple, Nokia, ecc.), che – evidentemente stanca di dover spiegare al mondo l’alto tasso di suicidi tra i suoi operai, oppure di vedere ridotti i suoi profitti a causa degli scioperi massicci e continui dei lavoratori cinesi – ha deciso di fondare gran parte del suo processo produttivo su diecimila nuove macchine, che andranno a sostituire il lavoro di decine di migliaia di lavoratori attuali. 

Circa la possibilità di produrre valore senza l’impiego del lavoro umano e, di conseguenza, riuscire a garantire, nel lungo tempo, la non caduta del saggio di profitto (indispensabile per la sopravvivenza dell’attuale sistema economico), il dibattito tra gli studiosi è più che mai acceso, specie in questi interminabili anni di crisi globale (sia chiaro, qui non si discute il valore della scoperta scientifica o dei benefici dell’innovazione tecnologica in sé, anche se non si deve dimenticare che la tecnologia, anziché scienza naturale ed oggettiva, è scienza umana, sociologica, e quindi piegata e sottoposta, sin dall’inizio, inevitabilmente, al contesto specifico economico e sociale in cui nasce). Resta comunque il fatto che la questione della sostituzione del lavoro umano con le macchine sta diventando ogni giorno sempre più pressante, e nei prossimi anni – a giudicare dagli studi più recenti – si candida perfino a diventare la questione sociale par excellence. Eppure, il tema viene sistematicamente ignorato negli attuali dibattiti sulla crisi e sulla disoccupazione di massa.