“Un film che recide, rende e strappa”. Parole dure e quasi definitive quelle di Saverio Costanzo rispetto al suo Hungry Hearts, il film con cui concorre al Leone d’oro. Ed è una seconda volta in Mostra per il cineasta romano, che concorse con La solitudine dei numeri primi nel 2010. Come in quel caso, questo film (il suo quarto lungo) s’ispira a un romanzo, Il bambino indaco di Marco Franzoso (Giulio Einaudi Editore). Però Costanzo e Franzoso non si sono mai incontrati, a differenza di quando il regista adattò il novel di Paolo Giordano, con il quale ebbe forse qualche momento non particolarmente felice. Lui e lo scrittore veneto (che già si è dichiarato entusiasta del film) si incontreranno dunque stasera, alla première mondiale sul red carpet, che sigla il secondo concorrente tricolore di questa 71ma Mostra veneziana.

Hungry Hearts è girato ed ambientato a New York, “avevo bisogno di una città violenta, dove si potesse sentire il senso di isolamento. Di un luogo dove è difficile sopravvivere con pochi mezzi economici. Le grandi città italiane non erano adatte..” spiega l’autore, classe 1975, che nella Grande Mela ha anche vissuto. Protagonista una coppia, Mina e Jude (la musa e compagna Alba Rohrwacher con il divo americano Adam Driver) che s’incontra nel geniale incipit di un bagno al ristorante cinese: restano chiusi dentro insieme, poco dopo li vediamo insieme ma a letto, comprendendo che è trascorso del tempo e i due sono diventati una coppia. Concepiscono un bimbo che Mina dà alla luce con fatica e verso il quale inizia fin da subito a nutrire un esasperato senso di protezione, decidendo per lui una nutrizione radicalmente vegana. Quando Jude si accorge che il piccolo non cresce ed anzi rischia la vita per denutrizione, iniziano i guai. Fino ad un esito horror, giunto per una spirale mirabilmente resa dallo sguardo visionario di Costanzo. “Ho scritto e filmato questi tre personaggi (la madre di lui è il terzo, ndr) senza giudicarli, ma cercando di mostrali con la dolcezza e tenerezza che meritano. Per me Hungry Hearts è stato un film catartico, che mi ha aiutato a guardarmi diverso nel ruolo di padre”.

Girato in 16mm – “perché non cedo al digitale” – non è un film a basso budget bensì assai indipendente, dove “non si celano passioni intellettuali ma solo azioni, una in seguito all’altra”. Il discorso dell’intellettualismo è evocato dal tema messo a denuncia: ovvero le ossessioni indotte verso tutto l’universo rigorosamente “organic” (biologico), di cui si possono praticare abusi incoscienti. Come quello appunto in cui cade Mina. A tal proposito Costanzo non ha dubbio: “Noi percepiamo il mondo fuori come tossico nella sua totalità, ma questo è un discorso sociologico molto generico; personalmente sul tema della nutrizione ho adottato un punto di vista molto “laico”: amo anche il Big Mac e porto una volta al mese i miei figli da McDonald’s. Chi fa scelte radicali diventa sordo, e l’ideologia di qualunque tipo ha ucciso milioni di persone. Bisogna avere a cuore la nostra vita”. Ripetendo la difesa dei suoi protagonisti – “non ho mai pensato che Mina potesse nuocere al bimbo, lei è il nostro eroe specie nel momento in cui tocca la sabbia del mare tornando a sentire le cose” – spiega il suo intento di mostrare la nascita/il parto come qualcosa di non naturale, anzi: “E’ un momento momento difficilissimo di mutazione, io desidero raccontare cosa diventano questi due genitori durante e dopo la nascita”.

Hungry Hearts, che uscirà prossimamente per 01 Distribution, è ad oggi l’opera più matura di Saverio Costanzo: personale quanto i precedenti, ma maggiormente solido e compatto nel suo essere articolato in continue mutazioni, anche interne ai generi cinematografici. Teso su una suspence che sprofonda nell’horror (echi da Rosemary’s Baby sono più che evidenti..), non nasce tuttavia da un approccio citazionista bensì esattamente il contrario: “Ho cercato di usare il mio istinto ed eliminare i pensieri, di avere il coraggio di guardare frontalmente a ciò che volevo raccontare”.