“Sull’andamento del titolo Fiat in Borsa pesa il Pil italiano”. Questa l’interpretazione dell’amministratore delegato Sergio Marchionne sulla seconda giornata di passione per il titolo della casa automobilistica che in due giorni è crollato di oltre il 9% a 6,46 euro contro i 7,1 della chiusura di venerdì. A scatenare la tempesta, in realtà, lunedì mattina era stata l’indiscrezione rigorosamente anonima circolata sui mercati secondo cui al Lingotto, in seguito al via libera della fusione con Chrysler, erano già pervenute richieste di recesso degli azionisti per un controvalore superiore al tetto di 500 milioni di euro fissato dalla società. Il che, detto in estrema sintesi, avrebbe significato un primo fallimento della fusione stessa. L’indiscrezione, però, è stata smentita dalla stessa Fiat con una nota nel primo pomeriggio: la campanella per presentare la richiesta di uscire dal capitale con il conseguente rimborso di 7,7 euro per azione non è scattata prima di lunedì giorno in cui al Lingotto non ne era arrivata ancora nessuna.

Da qui un piccolo recupero, ma l’emorragia è ripresa martedì, quando la seduta per la Fiat si è chiusa in calo del 5,55% a 6,46 euro dopo un picco a -8,5 per cento e contro un -2,3% di Piazza Affari.  Si tratta dell’ottavo calo consecutivo per Fiat, scivolata ai minimi del 2014. Mediobanca si aspetta che il titolo resti sottoposto a “volatilità fino a un paio di giorni dopo il 20 agosto”, termine ultimo per esercitare il diritto di recesso, ma scommette che la fusione con Chrysler vada in porto, eventualmente grazie all’intervento della controllante Exor che potrebbe acquistare le azioni oggetto di recesso che eccedono il controvalore di 500 milioni di euro. A causa dell’”apprensione” sulla buona riuscita del progetto di fusione la “volatilità” sul titolo potrebbe continuare nei “prossimi giorni”, afferma Bofa Merrill Lynch dicendosi però più preoccupata per i fondamentali di Fiat che non per la riuscita dell’operazione. Banca Akros si sofferma sul fatto che più aumenta la convenienza per esercitare il recesso, più si aumentano le probabilità che venga superato il limite di 500 milioni oltre il quale la fusione è a rischio. Perché le nozze tra Fiat e Chrysler vadano in porto è necessario che le richieste di recesso non comportino per Fiat un esborso superiore ai 500 milioni (salvo la possibilità per i soci di acquistare le azioni in eccesso). Chi recede ha diritto a ricevere un importo ormai superiore di quasi il 20% alle attuali quotazioni del titolo, mentre per far saltare l’operazione basta il recesso del 5,17% del capitale. E legittimati a chiederlo sono i soci che hanno votato contro nell’assemblea di Fiat e quelli che non sono intervenuti all’assise, pari rispettivamente, ricorda Intermonte, all’8% e al 48% del capitale.

In ogni caso, taglia corto Marchionne quello del recesso sulla fusione Fiat-Chrysler “è uno scenario esagerato”, sostenendo che Fiat sta pagando “il prezzo di una reazione eccessiva”. Ma anche dei cosiddetti stop loss, i meccanismi automatici che innescano le vendite quando i titoli scivolano sotto una determinata soglia di prezzo. E che, riferiscono dalle sale operative, avrebbero un ruolo importante sul crollo di Fiat nel momento in cui l’azione è scesa sotto i 7 euro. Non è però esclusa l’ipotesi di manipolazione del mercato di cui si sta occupando la Consob che sottolinea di aver “avviato in tempo reale le verifiche sull’operatività del titolo”.