Via libera dei soci Fiat alla fusione con Chrysler e allo spostamento del cuore del gruppo automobilistico tra Usa, Regno Unito e Olanda. Oltre l’80% degli azionisti presenti al Lingotto di Torino per l’assemblea, l’ultima a svolgersi in Italia, ha votato a favore dell’operazione. “E’ solo l’inizio. Chi rimarrà azionista, come lo rimarrò io, sono sicuro avrà grandi soddisfazioni”, ha commentato l’erede degli Agnelli, John Elkann. “Di fronte alle grandi trasformazioni in atto nel mercato, non possiamo più permetterci il lusso di guardare alle nostre attività riducendo la prospettiva ai confini storici o ai domicili legali”, aveva detto poco prima l’amministratore delegato Sergio Marchionne. “La sfida è molto più grande e molto più complessa e richiede una soluzione strategica che abbia una portata tale da ridefinire il panorama industriale”. La fusione “rappresenta un salto epocale, perché dopo 115 anni segna la fine di un lunghissimo ciclo storico. Il progetto da cui nasce Fca apre un futuro nuovo per la nostra azienda, dandole, anche dal punto di vista societario, una struttura internazionale, oltre che prospettive di crescita solide e concrete”. La Borsa, però non ha trovato motivi per festeggiare. E, dopo i cali dei giorni scorsi, anche venerdì ha continuato a punire il titolo, che a fine seduta ha lasciato sul terreno l’1,86%.

Resta lo scoglio del diritto di recesso – Il percorso che porterà alla nascita di Fca, Fiat Chrysler Automobiles, con sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale a Londra, non è d’altronde concluso. Resta da superare lo scoglio del diritto di recesso. Il gruppo ha infatti fissato in 500 milioni la cifra massima che è disposto a spendere per liquidare gli azionisti contrari alla fusione che scelgano di uscire dal capitale. Chi ha votato contro e chi si è astenuto potrà farne richiesta nei prossimi 15 giorni e avrà diritto a ricevere 7,727 euro per azione. Prezzo calcolato in base al valore medio del titolo negli ultimi sei mesi e superiore al corso attuale, 7,1 euro. Visto che in assemblea i voti contrari sono stati pari a quasi l’8% del capitale e gli astenuti altrettanti, il rischio che il tetto sia sforato esiste. Anche se gli altri azionisti avranno diritto di precedenza nel comprare le azioni messe sul mercato dai “dissidenti”, per cui non è detto che l’intera somma debba essere sborsata dall’azienda. Marchionne ha però caldamente “consigliato” agli azionisti presenti, peraltro pari solo al 52% del capitale, di non recedere. Sottolineando che si assumerebbero “un rischio enorme” perché acquisirebbero sì il diritto di vendere il titolo (in gergo opzione put), ma in caso di superamento dei 500 milioni quell’opzione non potrà più essere esercitata e “non avranno risolto nulla”. In ogni caso, l’ad si è detto “non sorpreso” dai voti contrari (colpa di “ragioni emotive e dei consigli di certi advisor”) e ha ostentato indifferenza rispetto alla possibilità che la “sua” fusione non passi: “Non sarebbe un fallimento. Ci riproveremmo, ma alle nostre condizioni. E io e John siamo convinti che non sarà necessario”. Tradotto: tutto filerà liscio. Se andrà così, entro fine anno la nuova società sarà quotata anche a Wall Street.  

Elkann: “Non andiamo all’estero. Confermato impegno della famiglia” – In assemblea non sono mancate, durante gli interventi dei piccoli azionisti, domande sulle conseguenze del trasferimento. Ma il presidente Elkann ha sostenuto che “non andiamo all’estero, continuiamo a fare quello che stiamo facendo, semplicemente si è ampliato di molto il nostro perimetro di attività”. E ha smentito le voci sulla tentazione di un prossimo disimpegno da parte di Exor, che controllerà la nuova società con il 30% e la cui quota potrebbe salire fino al 46% in seguito all’attribuzione delle azioni a voto maggiorato previste dal diritto olandese: “Voglio confermare il mio impegno personale e della mia famiglia nel continuare a sostenere Fca e il suo management, a maggior ragione oggi che si profilano all’orizzonte grandi opportunità”.

Marchionne: “Cerchiamo giusto equilibrio tra profitto e responsabilità sociale” – A proposito della scelta dell’Olanda per la nuova sede legale del gruppo (scelta che ricalca quella già fatta per Cnh Industrial), Marchionne ha sostenuto che “è una giurisdizione neutrale e la costituzione di una società olandese è quella che meglio riflette la crescente dimensione internazionale del nostro gruppo”. Quanto a ciò che resta in Italia, il manager italo-canadese ha promesso di “rispettare l’impegno per il rientro di tutti i dipendenti nelle fabbriche italiane”. “Fateci lavorare in maniera molto silenziosa”, ha chiesto, “le cose le faremo”. Per esempio “stiamo attrezzando Mirafiori per produrre il suv Maserati Levante, che dovrà uscire entro la fine del 2015″, e a Cassino “procedono i lavori di ristrutturazione, inizieremo una nuova produzione, ma non vi dico di cosa”. In assemblea, l’amministratore delegato ha parlato di “obblighi verso le persone che in azienda ci lavorano” spiegando che “in tutte le scelte che abbiamo fatto e faremo cerchiamo sempre il giusto equilibrio tra logica di profitto e responsabilità sociale, ritorno economico e sviluppo sostenibile”.

Smentite le voci su fusioni con Volkswagen o Peugeot. “Consolidamento? Sono altri ad averne bisogno” – Marchionne ha anche smentito le voci su fusioni con Volkswagen e Peugeot che si sono rincorse nelle ultime settimane: “Altri gruppi, che hanno problemi più strutturali, forse dovranno pensare a un consolidamento”. Non Fca. “Noi con questa operazione abbiamo risolto i problemi storici di Fiat e di Chrysler. Abbiamo curato due aziende che prima non erano posizionate bene dal punto di vista strategico e adesso lo sono. Sarebbe stato difficile per noi come Fiat entrare nei mercati asiatici e nordamericani senza l’appoggio di un’azienda come Chrysler. Ora le cose vanno bene, gli ultimi dati mostrano che Chrysler ha aumentato le vendite del 20% sul mercato americano. Non voglio citare Renzi quando fa riferimento ai “gufi”, ma…”. E comunque, ha chiosato l’ad, “io non comprerei mai né una Volkswagen né una Peugeot, solo vetture del gruppo”. 

“Abbiamo 30 miliardi di debiti, ma possiamo temporeggiare” – Dunque Fca, fino a prova contraria, prosegue da sola. Puntando a “sviluppare le attività e rispettare il piano annunciato il 6 maggio con le risorse interne al gruppo“. Marchionne non ha chiuso però del tutto le porte alla possibilità di un aumento di capitale: “Il discorso bisogna farlo e lo faremo dopo la fusione e con il nuovo consiglio”, ma “John e io ne abbiamo parlato più volte”. Comunque in questa fase “è vero che abbiamo 30 miliardi di debiti ma anche 22 di cassa, possiamo temporeggiare”. E la richiesta di cassa di Fiat-Chrysler è “assolutamente temporanea, riguarda i prossimi 18 mesi”, fino a quando “la strategia basata sul segmento premium comincerà a bilanciare l’indebitamento”. Poche parole, poi, per respingere al mittente la proposta del ministro dei Trasporti Maurizio Lupi di introdurre nuovi incentivi fiscali per l’acquisto di auto: “Spero che non lo faccia. Andrebbero a drogare il mercato e a spostare una serie di dinamiche in Italia. E poi, in un momento in cui si cercano coperture dappertutto, non mi sembra la cosa più adatta da fare”.

Montezemolo lascia il cda. Entrano Zegna e Valerie Mars – Tra gli azionisti presenti in sala, secondo quanto emerso in apertura di assemblea, c’era anche la People Bank’s of China, con il 2%. Invariati gli altri soci, la Giovanni Agnelli e C. Sapaz con il 30,04%, Baillie Gifford con il 2,6%, Vanguard International con il 2,4% e Norges Bank con il 2,1 per cento. Dal consiglio di amministrazione esce, oltre a Gian Maria Gros Pietro, anche il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo., in predicato per la presidenza di Alitalia post fusione con Etihad e assente all’assemblea di venerdì. Il nuovo cda della società sarà composto da John Elkann, Sergio Marchionne, Andrea Agnelli, Tiberto Brandolini d’Adda, Ruth J. Simmons, Ronald L.Thompson, Patience Wheatcroft, Stephen M. Wolf e tre new entry: Glenn Earle, l’imprenditore dell’abbigliamento Ermenegildo Zegna e Valerie A. Mars, della dinastia Usa del cioccolato. “Abbiamo dei vincoli sulla rappresentanza di genere, l’indipendenza, la nazionalità e le competenze”, ha spiegato Elkann. “Ne abbiamo tenuto conto e siamo arrivati a questa composizione”.