La sentenza nella quale è incastonata la possibile elezione di Carlo Tavecchio l’ha emessa Claudio Lotito, riprendendo Plinio Il Giovane: “I voti si contano, non si pesano”. Una massima latina come nello stile del presidente della Lazio, grande sponsor del candidato alla poltrona più importante della Federcalcio. Perché nonostante i mangia-banane, le frasi sessiste, le parole dure di Giovanni Malagò e le defezioni che aumentano di giorno in giorno, nelle urne le preferenze sono tutte uguali. E i numeri  dicono ancora “Tavecchio”, seppur con una maggioranza sempre più risicata, appena superiore al 50% .

Martedì prossimo all’Hilton di Roma l’assemblea si riunirà per le tre votazioni che dovrebbero eleggere il nuovo presidente federale. Saranno 278 i delegati che scriveranno sulla scheda il nome di Tavecchio o di Demetrio Albertini. Si tratta dei presidenti di tutti i club delle leghe professionistiche: 20 della Serie A, 21 di B e 60 della Lega Pro. Dal grande bacino dei Dilettanti arriveranno invece i 90 rappresentanti che hanno ricevuto il mandato quadriennale delle 15mila società appartenenti allo sterminato mondo della Lega nazionale dilettanti. Stesso metodo usato dagli atleti per i suoi 52 delegati (che devono garantire la rappresentatività di professionisti, dilettanti e calcio femminile), dall’Assoallenatori guidata da Renzo Ulivieri (26) e dagli arbitri (9).

L’articolo 20 comma 2 dello Statuto federale attribuisce a ogni componente un “peso” all’interno dell’assemblea e per questo i voti vengono ponderati in modo tale che le leghe professionistiche rappresentino il 34 per cento dei voti (17% Lega Pro, 12 Serie A, 5 Serie B). La stessa percentuale è attribuita ai Dilettanti, mentre i cinquantadue delegati dell’Associazione italiana calciatori esprimono il 20 per cento dei voti, gli allenatori si fermano al 10% e gli arbitri valgono il due. Senza “Optì Poba” e tutte le polemiche che ne sono seguite, Tavecchio era certo di un voto quasi all’unanimità delle leghe professionistiche che lo avrebbe proiettato attorno al 66 per cento di preferenze. Che tradotto in termini pratici avrebbe significato incoronazione alla seconda votazione. Il sistema elettorale prevede infatti che il presidente venga eletto al primo scrutinio se il candidato ha ottenuto almeno il 75 per cento dei voti, una soglia che si abbassa ai due terzi al secondo giro (ovvero alla ex “quota Tavecchio”).

Se nessuno dei due candidati raggiunge la soglia stabilita dall’articolo 24, alla terza “chiama” basta il 50% più uno dei voti. Sarà questo lo snodo cruciale. Allo stato attuale, il numero uno della Lnd ha ancora preferenze sufficienti per farcela ma se il fronte di coloro che non appoggiano l’ex sindaco di Ponte Lambro dovesse crescere nei prossimi giorni, l’assemblea si ritroverebbe a non eleggere alcun candidato. È infatti improbabile che un numero sufficiente di squadre viri su Albertini determinando un ribaltone dell’ultim’ora, mentre è più ragionevole pensare che fiocchino schede bianche impantanando i lavori. Soprattutto se la fronda “NoTav” dei presidenti di A dovesse aggiungere qualche altra pedina.

Attualmente i numeri dei dissidenti è fermo a nove su venti ma tentennano anche Hellas Verona e Atalanta. Un capovolgimento della situazione nella massima serie non basterebbe a togliere la maggioranza a Tavecchio ma provocherebbe un’inversione di tendenza generale. Al di là del 12 per cento di “peso” nelle urne, la forza politica della A è notevole e un documento formale delle società che si sono allineante al pensiero della Juventus avrebbe effetti dirompenti sulla ventina di società appartenenti alla LegaPro non esattamente allineate al Macalli-pensiero. In una situazione di grande incertezza e venuto meno l’appoggio della maggioranza dei club più importanti, Tavecchio potrebbe optare per un passo indietro oppure fidarsi della citazione di Lotito ed andare comunque alla conta dei voti. A quel punto, nel segreto dell’urna, nulla sarebbe scontato.

Twitter: @AndreaTundo1