È il giorno di Jean-Claude Juncker. Il candidato alla Presidenza delle Commissione europea stamattina a Strasburgo rivolge il suo appello finale ai deputati del Parlamento europeo per ricevere il via libera al Berlaymont, l’edificio principale della Commissione europea. Patto di stabilità da rispettare, ma nuovi investimenti per rilanciare l’Europa e il lavoro. Ma anche no ai nazionalismi e a nuove annessioni nei prossimi cinque anni. Il politico lussemburghese presenta il suo programma tra gli applausi e alcuni fischi dai banchi degli euroscettici. Si vota alle 12.30 e l’esito è tutt’altro che scontato visto che non tutti i socialisti credono alle parole di Juncker su crescita e flessibilità e tra i popolari potrebbero non mancare i franchi tiratori. Juncker per salire alla Commissione europea ha bisogno di almeno 376 voti. Fonti vicine a Juncker riportano la determinazione del presidente designato a delineare la squadre dei commissari “entro fine luglio, primi di agosto”. Per il ruolo chiave di ‘ministro degli esteri’ Ue, Federica Mogherini è considerata “un buon candidato”, ma “ha dieci-undici paesi contro”.

Il rilancio dell’occupazione, della crescita e degli investimenti. Juncker promette “un ambizioso pacchetto di azioni per l’occupazione, la crescita e gli investimenti” integrando il bilancio dell’Ue e la Banca europea per gli investimenti (BEI) e destinando “nei prossimi tre anni, fino a 300 miliardi di euro a ulteriori investimenti pubblici e privati nell’economia reale”. Questi investimenti aggiuntivi dovranno essere incentrati sulle “infrastrutture, in particolare la banda larga e le reti energetiche, nonché le infrastrutture nei trasporti in agglomerati industriali, sull’istruzione, sulla ricerca e l’innovazione e sulle energie rinnovabili, e sull’efficienza energetica”.

Flessibilità e crescita. Per quanto riguarda l’impiego dei bilanci nazionali, Juncker dice che “per sostenere la crescita e l’innovazione dobbiamo rispettare il patto di stabilità e crescita, sfruttando nel miglior modo possibile la flessibilità delle attuali norme del patto”. Niente nuove regole, quindi, ma un miglior utilizzo di quelle che ci sono già, come ribadito a Bruxelles dal presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi.

Un freno alla Troika e all’austerità. “Ritengo si debba, a medio termine, riequilibrare le modalità con cui i paesi della zona euro in difficoltà ottengono un sostegno condizionato ai fini della stabilità – dice Junker – In futuro dovremmo poter sostituire la troika con una struttura che abbia maggiore legittimità democratica e debba rispondere maggiormente del suo operato, imperniata sulle istituzioni europee e soggetta a un maggior controllo parlamentare a livello sia europeo sia nazionale”. E poi ancora “propongo che, in futuro, qualsiasi programma di sostegno e di riforma implichi non soltanto una valutazione della sostenibilità di bilancio, ma anche una valutazione dell’impatto sociale”. Tuttavia Juncker si guarda bene dal dare una tempistica precisa di queste misure.

Euro e governo economico dell’Ue. “Dobbiamo essere fieri di aver creato la moneta unica, che non divide l’Europa, ma la protegge, protegge l’Europa”. Ha detto con grande forza Juncker in un passaggio del discorso in plenaria, accolto con un lungo applauso ma anche da voci di dissenso dagli euroscettici. E poi ha aggiunto: “Creeremo un governo economico della Ue che dovrà essere rigoroso con le riforme strutturali” e si dovrà “riflettere a stimoli finanziari per accompagnarle” con la creazione di una capacità di bilancio propria dell’Eurozona”. E auspica un “rappresentante unico” per l’Euro nelle istituzioni di Bretton Woods.

No ai nazionalismi. “Rinunciamo al nazionalismo” perché in Europa “si vince e si perde tutti insieme”. Jaen Claude Juncker ha invitato i leader parlamentari a “non dire ‘sì’ a Bruxelles e ‘no’ in altri luoghi”.

No a nuove annessioni nei prossimi 5 anni. Gli “attuali negoziati” per l’allargamento della Ue “continueranno”, in particolare per i Balcani occidentali “che hanno bisogno di una prospettiva europea”, “ma non ci sarà alcun ulteriore allargamento nei prossimi cinque anni”. E’ scritto nel documento sulle priorità politiche inviato stamani da Juncker ai parlamentari europei.

Politica d’immigrazione comune. “È mia intenzione promuovere una nuova politica europea sulla migrazione legale – si legge nelle linee programmatiche di Juncker, che ha l’intenzione di creare “un Commissario con una competenza speciale per la migrazione, incaricandolo di collaborare con tutti gli Stati membri e con i paesi terzi maggiormente interessati”. A questo proposito ci vuole anche “una solida politica comune in materia di asilo”.

Digitalizzazione, energia, reindustrializzazione, unione economica e monetaria, TTIP e diritti. Juncker ha toccato tutti i principali capitoli delle riforme europee in atto a in agenda. Da “un mercato unico del digitale connesso che potrà generare una crescita in Europa di 250 miliardi di euro” a “una nuova Unione europea dell’energia”, dal “dobbiamo riportare al 20% entro il 2020 l’incidenza del settore industriale nel PIL dell’Unione rispetto all’attuale 16% scarso” alla “libera circolazione dei lavoratori” e alla promessa che “lo stesso lavoro nello stesso posto dovrebbe essere retribuito allo stesso modo”. E poi ancora il completamento dell’Unione economica e monetaria, tra cui il riesame delle norme del six-pack e del two-pack, e la promessa “dell’indisponibilità a immolare sull’altare del libero scambio le norme europee in materia di sicurezza, salute, protezione sociale e protezione dei dati oppure la nostra diversità culturale” nel contesto dell’accordo di libero scambio Ue-Usa (TTIP).

Strizzatina d’occhio a verdi e sinistra. Reduce da un fitto giro di consultazioni con i gruppi politici la scorsa settimana e a caccia di altri voti che sopperiscono alle defaillances di popoalri e socialisti, Juncker ha parlato anche di trasparenza – “la creazione di un registro obbligatorio dei lobbisti, valido per tutte e tre le istituzioni. La Commissione darà il buon esempio – e di OGM: “È semplicemente ingiusto che, in base alle norme attuali, la Commissione sia giuridicamente obbligata ad autorizzare l’importazione e la trasformazione di nuovi organismi anche se una netta maggioranza di Stati membri si oppone”.

Il dibattito in Aula. Appoggio di popolari e liberali a Jucnker. I rispettivi leader del Ppe e dell’Alde, il tedesco Manfred Weber e il belga fiammingo Guy Verhofstadt hanno promesso il loro appoggio a Juncker. Weber ha parlato di “condivisione di obiettivi politici” e Verhofstadt, dopo aver ribadito l’importanza della “disciplina fiscale per la crescita”, ha invitato il lussemburghese a non lasciare ai governi nazionali l”iniziativa legislativa propria della Commissione europea. Pittella (S&D): “Il nostro appoggio non è un assegno in bianco”. Il presidente del gruppo S&D, l’italiano Gianni Pittella, ha confermato l’appoggio dei socialisti al candidato popolare ma a patto che questi rispetti gli impegni presi su flessibilità, investimenti e lotta all’austerity. “Con le audizioni dei Commissari verificheremo il programma della prossima Commissione europea”, promette Pittella. Attacchi invece dagli euroscettici. Primo fra tutti il leader Ukip, Nigel Farage: “Juncker protagonista per vent’anni di questo disastro d’Europa”. Il copresidente del gruppo euroscettico EFDD – del quale fa parte il M5S – ha negato il suo appoggio a Juncker e denunciato la “democrazia sovietica” che ha permesso agli eurodeputati di votare “un solo candidato e a scrutinio segreto”. “Nessuno nel Regno Unito il 22 maggio sapeva di votare per lei”, ha detto Farage al candidato lussemburghese. Duro attacco di Marine Le Pen. L’intervento della leader del Front National francese, in rappresentanza dei Non iscritti – tra cui si trovano i cinque deputati della Lega Nord – è stato il più critico nei confronti di Juncker giudicato uno dei responsabili del “progetto folle e mortale dell’Unione europea”. Secondo la Le Pen, “Juncker è un perfetto sconosciuto che non rappresenta niente” e, dopo aver denunciato “il Ppe e il Pse che si sono spartiti la torta europea, a te il Parlamento a me la Commissione”, promette di stare col fiato sul collo del nuovo presidente della Commissione europea in caso di elezione.

Il timore dei franchi tiratori. Il presidente designato della Commissione europea, affronta oggi la prova dell’Europarlamento. Un esame che il candidato dovrebbe superare senza troppi problemi, franchi tiratori permettendo. Domani alle 12.30 i 751 deputati del Parlamento europeo sono chiamati a esprimersi su Juncker, candidato del Ppe e indicato dal Consiglio europeo alla guida dell’esecutivo Ue. A Strasburgo, con l’Aula riunita in sessione plenaria, il successore di José Manuel Barroso avrà bisogno di almeno 376 voti a favore per superare la soglia della maggioranza assoluta. Sulla carta i numeri ci sono: i popolari del Ppe (221 seggi), i socialisti e democratici di S&D (191) e i liberali dell’Alde (67), i tre gruppi della grande coalizione europea, hanno 479 seggi. Ma S&D non ha ancora dato il via libero definitivo a Juncker e aspetta che siano chiariti e quantificati alcuni elementi del suo programma. Salvo sorprese, però, il candidato presidente può contare sul sostegno dei tre gruppi della colazione.

Tuttavia non si possono escludere alcune decine di franchi tiratori fra Ppe, S&D e Alde, visto che il voto è a scrutinio segreto. Se nel Ppe i popolari ungheresi, in linea con il premier Viktor Orban, hanno annunciato il voto contrario, in S&D a votare contro potrebbero essere i laburisti britannici. Incognita ancora sui laburisti spagnoli e sugli svedesi e, forse, su qualche italiano. I Verdi hanno lasciato voto libero e almeno una decina di eurodeputati dovrebbe votare a favore dell’ex presidente dell’Eurogruppo. I conservatori di Ecr hanno annunciato che voteranno contro, più a causa dell’avversione per il sistema degli Spitzenkandidaten che non per il candidato stesso, con cui hanno detto che, una volta eletto, collaboreranno su diversi dossier. ‘No’ anche da parte di Gue/Sinistra unitaria e dal gruppo euroscettico Efdd dell’Ukip e del M5S.

@AlessioPisano