Sono solo piccoli frammenti di immagini catturati dalla telecamera di un distributore di benzina che si trova davanti al centro sportivo di Brembate. Brevi fotogrammi, emersi dalle migliaia analizzate dagli investigatori durante tre anni e mezzo di indagini, che pesano sulla posizione di Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore 44enne di Mapello accusato dell’omicidio della 13enne Yara Gambirasio, ritrovata dopo tre mesi in un campo di Chignolo d’Isola. Perché quelle immagini, come riporta il Corriere della Sera, immortalano il furgone – che gli investigatori ritengono appartenere all’uomo – a pochi metri dal centro sportivo di Brembate di Sopra, il 26 novembre 2010, una decina di minuti prima che Yara sparisse.

Sul fatto che il furgone Iveco fosse quello di Bossetti, i carabinieri del Ros e la polizia hanno pochi dubbi. Il mezzo filmato ha un particolare che lo rende inconfondibile: un catarifrangente identico a quello che Bossetti ha montato sul suo furgone, che sarebbe diverso da quelli di serie. L’elemento va ad aggiungersi agli altri raccolti dagli investigatori e presentati al sostituto procuratore Letizia Ruggeri che già a metà settembre (quando scadranno i termini per il rito abbreviato) potrebbe presentare la richiesta di rinvio a giudizio, bypassando l’udienza preliminare. Una via che viene percorsa quando la procura ritiene di avere solidi elementi contro l’indagato.

Perché a carico di Bossetti non ci sono solo i video e il Dna trovato sui vestiti di Yara, che l’uomo durante l’interrogatorio in carcere davanti ai magistrati ha ammesso essere suo. Tra gli indizi raccolti emergono anche le tracce lasciate dal cellulare di Bossetti che il 26 novembre 2010 alle 17 e 45, un’ora prima che Yara sparisca nel nulla, aggancia la cella telefonica del centro sportivo di Brembate. Bossetti durante l’interrogatorio si è difeso dicendo che può essere “passato da lì per tornare a casa dal lavoro”. Una versione che adesso vacilla, dato che la telecamera della stazione di servizio cattura il suo furgone un quarto d’ora dopo vicino al centro sportivo. Viene così rafforzato il sospetto degli investigatori che il muratore di Mapello stesse girovagando intorno alla palestra per tenere d’occhio la ragazzina. Un tragitto che Bossetti avrebbe compiuto anche nei giorni precedenti a quel 26 novembre, tracciato dalle stesse celle in orari compatibili con quelli in cui la ragazzina si trovava in palestra.

Bossetti inoltre potrebbe aver compiuto un passo falso durante l’interrogatorio in carcere con i magistrati. Il 44enne ha ammesso che il Dna trovato sugli slip e i leggings di Yara è suo. Ha spiegato di soffrire di epistassi, e che molto probabilmente il suo sangue ha sporcato il taglierino che sarebbe stato usato da altri. Di fatto Bossetti non ha contestato davanti ai pm il test sul Dna, che per gli investigatori rimane la prova regina. Quindi il giudice potrebbe non accogliere la richiesta degli avvocati Claudio Salvagni e Silvia Gazzetti che volevano ripetere le analisi.

Ma Bossetti durante l’interrogatorio di martedì scorso in carcere, riporta il Corriere della Sera, ha fatto il nome di due colleghi “che possono aiutare le indagini”. Si tratterebbe di due muratori bergamaschi che hanno lavorato con lui nel cantiere di Palazzago e che potrebbero supportare la spiegazione di Bossetti sul perché il suo Dna è stato trovato sul corpo di Yara. L’uomo ha infatti spiegato che soffrendo di epistassi, il suo sangue potrebbe essere finito su alcuni mezzi o attrezzi da lavoro che potrebbero essere stati rubati dal cantiere e utilizzati da qualcuno per seviziare YaraLe due persone sono state già sentite dagli inquirenti, ancora prima che venissero citate da Bossetti. Ma non avrebbero mai accennato a furti nel cantiere. Ma gli inquirenti faranno ulòteriori verififiche interrogando altre due volte i due.

Intanto le indagini proseguono, oggi (10 luglio) i carabinieri del Ris di Parma effettueranno nuovi esami sui mezzi utilizzati da Bossetti, in cerca di tracce che possano testimoniare la presenza di Yara a bordo dell’auto o del furgone.