La parola magica è sempre quella: grazia. Una parola che circola con insistenza nei palazzi del potere. Se ne parla a piazza San Lorenzo in Lucina, dove si trova la sede di Forza Italia. Ma se ne parla, soprattutto, ad Arcore, dove fra un vertice e un altro ancora l’ex Cavaliere “condannato” la ripete con una certa insistenza: “Se votiamo compatti le riforme, riceverò la grazia“. Una parola che ieri sera negli studi di La7 il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Paolo Romani, si è lasciato scappare: “In un processo di pacificazione nazionale, a mio avviso, ci sta pure la grazia. Bisogna che venga attivato un percorso di pacificazione nazionale e mi auguro, se proprio devo rispondere, che ci sia questo processo e quella conclusione”. Raccontano a ilfattoquotidiano.it che in virtù della parola magica l’ex premier starebbe telefonando a ogni singolo senatore di Forza Italia per sincerarsi di votare il ddl costituzionale. Il ddl, che riformerà il Senato – contestato a gran voce dal drappello di senatori vicini a Raffaele Fitto e ad Augusto Minzolini – su cui tanto, però, punta il presidente del Consiglio in carica Matteo Renzi. “Io ho una via d’uscita – è l’incipit di ogni telefonata – ma voi dovete votare le riforme. In questo modo ci salveremo tutti”.

Una via d’uscita che gli sarebbe stata assicurata da Denis Verdini e Paolo Romani. I “renziani” della galassia forzista – sono stati ribattezzati così in Transatlantico – starebbero conducendo la trattativa in questa direzione con l’ex sindaco di Firenze: un sì alle riforme a patto di una “£grazia ad personam”. Che sarebbe concessa dal successore di Giorgio Napolitano. Sarebbe questo il baratto con l’inquilino di Palazzo Chigi, o, se preferiamo, il Patto del Nazareno. Il leader di Fi si sarebbe convinto e crede ci siano “margini di manovra”, come gli ripete fino allo sfinimento il toscano Verdini. Ecco perché ha cambiato mood nei confronti dell’odiato Raffaele Fitto. Infatti, non ha battuto ciglio quando ieri mattina davanti a Montecitorio fra i promotori della petizione per le primarie di coalizione nel centrodestra si scorgeva la sagoma del “sudista” Raffaele. All’ex premier, è il ragionamento che fa un senatore forzista con ilfattoquotidiano.it, “non interessa più nulla del partito, di Forza Italia, del Paese, pensa solo a sé stesso, e alle prossima data del 18 luglio“.

Sì, perché il 18 luglio si consumerà il secondo grado di giudizio sul processo Ruby. E se dalle colonne de ilFoglio il fedelissimo Giovanni Toti mostra sicurezza: “Berlusconi sarà assolto nel processo Ruby perché non ha fatto nulla”. Il leader di Fi guarda con preoccupazione a quella data clou. Una data decisiva dalla quale potrebbero dipendere le sorti delle riforme e persino quelle della legislatura. Perché, spiegano dall’innercircle di Forza Italia, dopo il 18 luglio l’ex Cavaliere si troverebbe davanti ad un bivio. “Se venisse assolto, farebbe saltare il patto del Nazareno e ricompatterebbe il gruppo parlamentare e le correnti in queste ore parecchio rumorose”. Insomma, sposerebbe di fatto la linea Brunetta-Minzolini. Altrimenti se fosse confermata la condanna in primo grado la strategia cambierebbe. E a quel punto, mormorano al ilfattoquotidiano.it, ritornerebbe organicamente in maggioranza chiedendo un ridimensionamento o addirittura un annullamento del ruolo governativo del Ncd. Proverà ad inserire un paio di ministri – si fa già il nome di Paolo Romani – e vorrà relegare i cosiddetti “dissidenti”, Minzolini e Fitto su tutti, all’opposizione. Nell’attesa l’ex Cavaliere continuerà a sussurrare sottovoce la parola magica. Grazia.

@GiuseppeFalci