In una intervista al Corriere della Sera, Luigi Di Maio preannuncia stamani otto sì su dieci alle proposte del Pd, che potrebbero diventare dieci su dieci se verranno superate le riserve su premio di maggioranza e doppio turno. Di Maio ha anche anticipato un paio di sorprese per il vertice di domani, che si dovrebbe tenere nonostante le frasi equivoche di ieri della Serracchiani. Di Maio si conferma l’unico talento autentico della politica under 30 italiana: se tutti i 5 Stelle fossero come lui, senza i deliri imbarazzanti delle Debora “è morto il Giorgio sbagliato” Billi e le talebanate puerili delle Roberta “noi siamo le parti sociali” Lombardi, probabilmente questa legislatura avrebbe avuto un’altra storia.

Per mesi, ora a torto e ora a ragione, si è detto e scritto – anche qui, quando era giusto dirlo e scriverlo – che i 5 Stelle avevano “messo i voti in frigo”. Per esempio al secondo giro di consultazioni prima dell’investitura di Letta Jr, per esempio quando i 5 Stelle non vollero vedere le carte (cioè il bluff) di Renzi a gennaio. Adesso la situazione è chiara: il Pd non è più “costretto” a fare le riforme con Berlusconi perché esiste una strada alternativa e ovviamente migliore, che fa saltare l’alibi piddino del “non potevamo fare altro”. E’ un’apertura “tardiva”, ma pur sempre reale e arrivata in tempo: dunque è un’apertura concreta, percorribile e serissima.

Credo di conoscere già l’epilogo di questa fase politica (Renzi continuerà a rispettare il patto col noto Padre Costituente Silvio), ma è comunque un film che andrà osservato e sviscerato in ogni sua scena. Il Pacioccone Mannaro, tra una supercazzola e un selfie, dovrà ora dimostrare se ha davvero il coraggio di cambiare il paese: in meglio e sul serio, però. E dunque senza quel mellifluo gattopardismo 2.0, ammantato di nuovismo e buonismo, che al momento è la vera cifra del suo premierato da dittatore dello stato libero di Jovanottia. Matteo, sei rottamatore o restauratore? Facci sapere, e non con comodo.

(Preparate i popcorn).