Primarie obbligatorie. E’ la carta che Matteo Renzi pare deciso a mettere sul tavolo per ricompattare le file di un Pd sempre più inquieto e attraversato da fibrillazioni via via più forti sul tema della legge elettorale. Perché se i guai di Forza Italia in tema di riforme riguardano l’elettività del Senato, il casus belli in casa democratica è quello delle preferenze escluse a priori dal testo dell’Italicum. Così nell’incontro previsto per lunedì con i suoi parlamentari, il premier nasconderà nella propria manica un asso, pronto a giocarselo: proporrà di inserire nella legge l’obbligo per i partiti di scegliere i propri candidati attraverso le primarie. Un modo per mantenere in vita i listini bloccati, accontentare chi mugugna perché all’elettore non viene data la possibilità di esprimersi sui candidati e sgombrare il campo anche dai malumori causati dalle “preferenze mascherate” contenute nel cosiddetto “lodo Boschi”. Movimenti magmatici che fanno sì che il faccia a faccia con il M5s, previsto sempre per lunedì, sia sempre più in bilico.  

Il partito va ricompattato in vista del rush annunciato prima della pausa estiva (approvazione delle riforme costituzionali in prima lettura al Senato e seconda lettura della legge elettorale), ma  proporre le preferenze proprio non si può: in primis perché all’alleato Berlusconi non piacciono e poi perché rimetterle sul tavolo equivarrebbe ad un passo indietro che il premier non può e non vuole permettersi. Così meglio rendere le primarie obbligatorie per legge, ennesimo compromesso, questa volta con quella parte dei suoi che bofonchia da tempo e che negli ultimi giorni è tornata ad alzare la voce contro i listini bloccati. Il timore del capo del governo lo si legge tra le righe: trovarsi con un Pd molto più frammentato del previsto, così come accaduto a Berlusconi che nell’ultima riunione con il gruppo parlamentare si è trovato davanti ad una Forza Italia spaccata a metà tra chi segue fedelmente il capo e una parte, all’apparenza assai combattiva, che di un Senato pieno di nominati e non di eletti non vuole sentire parlare.

Dall’esito del confronto dipenderanno le sorti dell’altro incontro fissato sull’agenda di Renzi, quello con i delegati del M5S. L’appuntamento, già rinviato la scorsa settimana, rischia di saltare. “Decideremo in queste ore – ha spiegato oggi il vice segretario del Pd, Debora Serracchiani – noi abbiamo fatto una lettera con le linee guida per la riforma elettorale e per qualche altra riforma. Vorremmo che si esprimessero su di quei punti”. Dalla direzione del partito Stefano Pedica invita il presidente del Consiglio, anche come censura nei confronti dell’attacco del M5S contro Giorgio Napolitano (“è morto Giorgio, quello sbagliato”, ha twittato la responsabile web riferendosi a Faletti), ad “annullare” l’appuntamento. Ma il motivo reale sarebbero i malumori interni: il premier sente di non avere tutto il partito con sé e vuole aspettare di averne ricompattato le file prima di discutere delle riforme con gli uomini di Grillo. La tempistica dice molto: dopo le difficoltà avute da Berlusconi nell’affrontare la fronda capeggiata da Renato Brunetta e Augusto Minzolini,  i mal di pancia esternati da più parti sulla mancanza di discussione sui temi importanti come le riforme e l’uscita del vice-segretario Pd Guerini che ieri assicurava che “nel Pd si è già più volte svolto un ampio e approfondito dibattito”, Renzi si presenta dai suoi con una proposta da discutere. 

Quella di oggi è stata un’altra giornata di esternazioni tra le file dem. Se l’ex segretario Pierluigi Bersani aveva chiamato Matteo Renzi il “grande nominatore” per la decisione di escludere le preferenze dall’Italicum, Massimo Mucchetti arriva a parlare di “centralismo democratico” per il metodo con cui il partito affronta il cammino delle riforme: in commissione Affari costituzionali il ddl riforme ha la strada spianata “anche perché i membri che la pensavano diversamente sono stati sostituiti”, sibila Mucchetti, ma per l’aula “mi aspetto di aver più tempo per poter leggere e analizzare il testo che la commissione licenzierà e di non essere costretto a pronunciarmi solo poche ore dopo“. Il presidente della commissione Industria del Senato conserva le sue perplessità sul testo, e replica così all’argomentazione secondo cui nel partito si è discusso in più occasioni e sedi ufficiali, ma il dibattito non può frenare la decisione: “Non c’è nessun freno. Se il Pd ha restaurato il centralismo democratico di derivazione comunista lo dica”.  Un clima teso in cui il presidente Matteo Orfini tenta di fare da paciere: “Non dobbiamo ragionare come monadi, ma come Pd. E cercare di aiutare Renzi nel lavoro difficile che sta portando avanti sulle riforme. Va bene discutere, lo faremo ancora, ma smettiamola con iniziative estemporanee ed individuali che rischiano di mettere in discussione il risultato”. Nemmeno i frondisti di Forza Italia mollano e insistono nel chiedere il Senato elettivo: “Il nostro presidente – si legge nel Mattinale, la nota politica redatta dallo staff del gruppo Fi della Camera dei deputati – non manda a monte un patto, e noi con lui”. Ergo, “Diremo sì, ma ci faccia dire – è la richiesta che rivolgono al premier – un bel sì”.

I numeri, specie a Palazzo Madama, non lasciano tranquillo Renzi e sul blog di Beppe Grillo c’è chi chiede un referendum costituzionale confermativo qualora la riforma del Senato dovesse passare “con meno dei due terzi dei voti”. Lo si legge in un post firmato Viviana Vi, dal titolo “Democrazia in pericolo”, che prefigura addirittura l’infausta possibilità dell’avvento di una dittatura: “Una volta imposto un Senato fedelissimo al governo, poichè quel Senato avrà poteri di modifica della costituzione, possiamo dire con certezza cosa farà Renzi poi. Intanto neutralizzare la Consulta, aumentando la parte di nomina politica, senza bisogno di dover ignorare le sue sentenze come sta avvenendo ora. Poi neutralizzare la magistratura – si legge ancora – con l’abolizione dell’azione penale obbligatoria e la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, con la prima sottoposta direttamente o indirettamente al potere esecutivo. A quel punto il governo potrebbe anche eliminare l’immunità parlamentare – Così farebbe contenti i fessi e, avendo trasformato la magistratura da potere indipendente a proprio strumento inquisitorio stringerebbe ancora di più la presa sul potere legislativo e aumenterebbe la capacità di reprimere arbitrariamente l’opposizione residua, rafforzando la dittatura (…) Potrebbe essere una rinascita del Paese con la fine del regime e il carcere per tutti i suoi capi – conclude l’articolo – ma anche una balcanizzazione con veri e propri conflitti armati”.