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La sinistra non deve farsi imporre l’agenda da Vannacci: scegliamoci le nostre battaglie da soli

Reagire al generale amplifica il suo messaggio: non possiamo lasciare che la nostra comunicazione sia definita dalle provocazioni degli altri - L'intervento
La sinistra non deve farsi imporre l’agenda da Vannacci: scegliamoci le nostre battaglie da soli
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di Andrea Battaglia*

Se qualcuno vi dicesse di non pensare a un elefante, probabilmente sarebbe proprio l’elefante la prima cosa che vi verrebbe in mente. George Lakoff, linguista e scienziato cognitivo statunitense, ha utilizzato questo esempio per spiegare quanto il linguaggio sia importante nel modo in cui percepiamo la realtà politica: quando proviamo a negare una rappresentazione, rischiamo di riproporla comunque nella mente di chi ci ascolta.

In politica questa dinamica ha conseguenze concrete. Non sempre parlare contro qualcosa significa indebolirla. A volte significa semplicemente farla circolare di più.

Sui social la competizione riguarda anche l’attenzione, una delle risorse politiche più preziose. Il fenomeno Vannacci è emblematico. La sua ascesa politica non può essere spiegata soltanto attraverso il consenso alle sue idee. Esiste anche una componente comunicativa evidente: la capacità di attirare attenzione attraverso dichiarazioni divisive, provocare una reazione e trasformare quella reazione in ulteriore visibilità.

Il caso de Il mondo al contrario pure è emblematico. Il libro diventa un caso nazionale: arrivano critiche, discussioni televisive, articoli e post sui social. Il nome di Vannacci comincia così a circolare molto più di prima. Da quel momento il meccanismo si consolida: Vannacci dice qualcosa di provocatorio. La sinistra reagisce. I social rilanciano. I giornali riprendono le reazioni. E Vannacci torna al centro della discussione.

Poi arriva la campagna per le elezioni europee. Il Partito Democratico sceglie di utilizzare il volto del generale accompagnato dalla scritta “IGNORALO”. L’intenzione era chiara: sottrargli attenzione. Ma accade, invece, il contrario. Vannacci prende quella stessa campagna, la ribalta e la trasforma in un elemento della propria comunicazione, arrivando persino a indossare una maglietta con la stessa grafica.

La cosa interessante è ciò che racconta: una campagna pensata per invitare le persone a non parlare di un candidato era diventata pubblicità per quello stesso candidato. Sui social non conta soltanto ciò che dici. Conta anche quanto riesci a far parlare gli altri di ciò che hai detto. Una provocazione funziona se genera reazioni: più viene ripresa, più persone la vedono e più cresce la possibilità che qualcuno si avvicini a quel personaggio. È la logica della comunicazione per reazione: Vannacci pronuncia una frase controversa, la politica reagisce, i giornali riprendono, i social rilanciano. E il suo nome torna ovunque.

Alla fine, anche chi non aveva sentito parlare di Vannacci arriva a conoscerne il nome.

Questo non significa che bisogna stare zitti. Ci sono dichiarazioni che meritano una risposta e battaglie sui diritti che una forza progressista non può abbandonare. Ma rispondere non significa necessariamente ripetere. E soprattutto non significa permettere all’avversario di decidere ogni giorno l’argomento del dibattito. Quando Vannacci parla di identità, immigrazione o diritti civili, parliamo ancora una volta di Vannacci. Così finiamo per giocare una partita che non abbiamo scelto noi.

La politica dovrebbe, soprattutto, funzionare anche in un altro modo. Se l’avversario parla continuamente di guerra culturale, noi dovremmo essere capaci di parlare di salari, lavoro, università, sanità, trasporti, casa e mobilità sociale. Se qualcuno costruisce consenso attraverso la paura, dovremmo offrire risposte concrete, non soltanto indignarci. Il problema è che questo richiede più fatica. È molto più semplice condividere una frase provocatoria e scrivere “vergogna” che spiegare perché un giovane calabrese dovrebbe poter costruire il proprio futuro senza dover andare via dalla propria terra.

Forse qui sta una debolezza della sinistra sui social: siamo diventati bravi a dire cosa non va, ma lasciamo troppo spesso che siano gli altri a stabilire di cosa dobbiamo parlare. Non possiamo lasciare che la nostra comunicazione sia definita dalle provocazioni degli altri. Dobbiamo scegliere le nostre battaglie e, soprattutto, parlare di quello che vogliamo costruire. Se continuiamo a ripetere ciò che dice l’avversario per contestarlo, rischiamo di mettere proprio lui al centro della nostra comunicazione.

Una cattiva pubblicità è pur sempre pubblicità. Purché se ne parli.

La prossima volta, prima di chiederci come rispondere a Vannacci, dovremmo chiederci se non sia il caso di parlare semplicemente di qualcos’altro. Di qualcosa che abbiamo scelto noi.

* coordinatore della segreteria regionale dei Giovani Democratici calabresi, membro del Consiglio Nazionale dei Giovani (commissione Affari Europei)

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