Debora Serracchiani lo aveva chiesto espressamente: “L’incontro con il M5S? Decideremo in queste ore: abbiamo fatto una lettera con le linee guida sulle riforme. Vorremmo che si esprimessero su quei punti”. La risposta è arrivata dopo poche ore. Intervistato dal Corriere della Sera, il vicepresidente della Camera Luigi di Maio apre a otto temi su dieci e riflette sull’incontro del premier Renzi con i Cinque Stelle: “Stiamo mettendo a punto e porteremo una proposta che modifica il Democratellum e sarà una svolta che non potranno rifiutare“. Quanto al doppio turno e al premio di maggioranza, “non siamo contrari a prescindere”. L’estensione dei collegi? “Siamo disposti a rinunciarci, a patto che una norma più stringente escluda – eccetto per i reati d’opinione – i condannati dal Parlamento”. Si dichiara “d’accordissimo” con la richiesta del Pd di un controllo preventivo della nuova legge elettorale da parte della Consulta, “ma – continua Di Maio – con i tempi e modi che hanno proposto non si può fare”.

Due i punti su cui il M5S non vuole sentire ragioni, l’elettività del Senato (“I padri costituenti avevano messo in chiaro che il Senato doveva essere eletto su base regionale”) e l’immunità (“Noi siamo contro. Salviamo il comma 1 sull’insindacabilità di voti ed opinioni, per il resto politici e cittadini devono essere uguali davanti alla legge”). Anche se su Palazzo Madama il vicepresidente della Camera non si oppone a una mediazione: “Un ruolo diverso si può discutere, quello che noi non vogliamo è un Senato di nominati”. La certezza per Di Maio è una: “Noi andremo all’incontro e ci andremo consapevoli di essere davanti a un’opportunità storica per cambiare l’Italia”. La risposta ai 10 punti è arrivata, in attesa di sapere una volta per tutte se il faccia a faccia si terrà o meno. Tutto dipenderà dall’esito dell’incontro tra Renzi e i parlamentari Pd previsto per domani: se il premier sentirà di non avere alle spalle il partito, attraversato da fibrillazioni e malumori sul metodo scelto per portare avanti la partita delle riforme, probabilmente l’incontro con i 5 Stelle salterà. 

I 5 Stelle vogliono fare leva sulle divisioni interne di Pd e Forza Italia (un esempio: sommando i “dissidenti” dei due partiti sul tema delle preferenze si arriva a quota 100). Da un lato la disponibilità dimostrata a Renzi mira a far sì che il premier affronti i suoi nell’incontro di domani con una pressione maggiore in un momento in cui il partito è diviso su diversi aspetti delle riforme: lo scopo dei pentastellati è quello di far emergere con maggior forza queste divergenze. Sul fronte opposto, la strategia è quella di acuire le divisioni all’interno del partito non più granitico di Silvio Berlusconi, alle prese con la rivolta dei senatori (39 ribelli su 59) capeggiati da Augusto Minzolini e Renato Brunetta. Il calcolo dei grillini è il seguente: temendo di perdere la posizione di interlocutori privilegiati del governo, gli azzurri indecisi e frammentati sull’elettività dei membri di Palazzo Madama potrebbero finire per spaccarsi ancora di più. Un nervosismo che emerge dalla risposta che il deputato dem Dario Ginefra riserva all’apertura dei 5 Stelle: “Di Maio dimostri che la sua apertura è sincera e che è, soprattutto, a nome di tutto il Movimento. Auspichiamo, sin dall’inizio della legislatura, un confronto vero e genuino con il movimento di Grillo che peró, in troppe occasioni, si è reso protagonista di sleali e brusche inversioni di marcia. Anche oggi, per certi versi, le parole di Di Maio appaiono come un pasticcino avvelenato“.

Nel Pd, infatti, continuano a levarsi voci che chiedono sostanziali modifiche alla legge elettorale. “Non c’è un fronte dei guastatori nel Pd che punta al disastro – assicura Gianni Cuperlo, leader di SinistraDem, una delle correnti che solca il fronte democratico – la riforma va fatta e tuttavia va migliorata su tre punti: soglie, liste bloccate, equilibrio di genere“. Due dei cardini su cui poggia la riforma voluta dal premier Renzi. “Di soglie non parla nessuno ma sono un problema – continua Cuperlo – una legge che favorisca una maggioranza per governare è ragionevole, ma non al costo di escludere dal Parlamento chi raccoglie 3 o 4 milioni di voti. Conosco le obiezioni alle preferenze legate ai costi o al pericolo di inquinamento. Anche se un mese fa con le preferenze abbiamo eletto il Parlamento europeo. Comunque la via migliore restano i collegi uninominali. In alternativa ci sono le primarie per la scelta dei candidati. Su questo avevo anche proposto una deroga per la prima elezione e l’obbligo in seguito”. Le obiezioni non finiscono qui: “Quanto alle preferenze l’unica strada è quella doppia di genere. Poi magari esistono altre soluzioni. Cerchiamole assieme”.

Anche in Forza Italia continuano le fibrillazioni. “Non faccio parte di nessuna fronda. Piuttosto, nella commissione Affari costituzionali ho avanzato alcune proposte che ritengo utili in merito alle funzioni del nuovo Senato”, assicura il senatore Giacomo Caliendo in un’intervista al Mattino. Un’assemblea di senatori non eletti a Caliendo non va proprio giù: “Lasciare che i due terzi dei senatori siano eletti direttamente dai cittadini mi sembra davvero il minimo perché non si svilisca né Palazzo Madama, né la dignità degli elettori”. “Io dico: solo un terzo sia composto dai delegati regionali – continua il senatore – mentre i due terzi devono essere scelti dai cittadini, contestualmente al voto regionale, e decadrebbero insieme al Consiglio regionale di riferimento”. Spaccature in Forza Italia? Per Caliendo non ci sono: martedì, “andrò alla riunione del gruppo. Discuteremo e quando si sceglierà la linea sono pronto poi a rispettarla e ad adeguarmi. Tengo molto all’unità del partito”. Unità che non pare più così certa. “Troverei assurdo, insensato oltre che letale per il partito, dividersi sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale mentre la crisi economica, ancora violenta, sta affossando il Paese – certifica il senatore ed ex ministro Altero Matteoli – invito Forza Italia a riunirsi, a discutere e se necessario a votare sulle proposte diverse che ci sono e che trovo normale ci siano”.  

Colpi di tosse anche nella maggioranza. In un’intervista al Corriere Il ministro dell’Interno e leader di Ncd, Angelino Alfano, rimette in discussione uno dei capisaldi dell’Italicum: “La soglia per il premio di maggioranza va alzata al 40%, le diverse soglie di sbarramento andrebbero armonizzate e razionalizzate. Ed è inaccettabile che se in una coalizione la soglia la supera solo un partito il premio vada solo a quello benché guadagnato con i voti di tutta la coalizione”. Anche Ncd chiede che gli italiani si esprimano sui candidati: “Riteniamo che anche la questione della preferenze è fondamentale”, “perché escluderle dalle Politiche? Ma le nostre non sono minacce, non c’è ostruzionismo, l’obiettivo è migliorare le riforme”.