Con il fallimento di Siena, il basket italiano ha perso un altro pezzo che ha fatto la storia di questo sport. Dopo un decennio di dominio quasi incontrastato con i suoi otto scudetti, ingoiata da un crack che, inevitabilmente, ha finito con il segnare tutto il movimento, la Mens Sana è sparita in un secondo, quello della sirena di gara sette con Milano. Nel recente passato era già successo che piazze importanti, da un giorno all’altro, svanissero nel nulla: come Treviso, finita in un amen dopo l’abbandono di Benetton, come Bologna sponda Fortitudo, sprofondata nelle serie minori dopo una serie di gestioni scriteriate, e prima ancora con Napoli e Reggio Calabria, solo per ricordare le più importanti.

L’anno scorso, poi, Pesaro si è salvata dal baratro per un soffio, imitata quest’anno da Cantù, ancora viva solo per la buona volontà della famiglia Cremascoli. Insomma, il basket, secondo sport di squadra in Italia dopo il calcio, è sempre più malato e, sembrerebbe, in maniera irreversibile. Dispiace ammetterlo, ma la situazione della nostra pallacanestro sfiora il livello di allerta massima e il titolo vinto da Milano dopo ben 18 anni di digiuno, per assurdo, non fa che aggravarla. La presenza di Giorgio Armani, che sei anni fa salvò l’Olimpia da un tracollo simile a quelli accennati poco sopra, è infatti un’arma a doppio taglio: da una parte il basket nostrano non può permettersi di perdere l’apporto dello stilista, dall’altra rischia involontariamente di annichilire una Lega Basket, sempre più alle prese con problemi che sembrano davvero insormontabili.

L’approccio stile industriale di un gruppo come quello dello stilista milanese mette ancora più in risalto tutte le debolezze di questo sport, con il budget di Milano che da solo supera quello dei due terzi degli altri club iscritti alla Serie A, messi tutti insieme. Se si eccettuano infatti SassariAvellino, tutte le altre squadre del nostro campionato sono state obbligate, in questi anni, a ridursi costantemente i costi, vista la continua drastica diminuzione degli introiti. A differenza del calcio, la pallacanestro vive infatti solo di incassi al botteghino e sponsorizzazioni (sempre più difficili da reperire) e non può contare sui ricavi dei diritti televisivi, praticamente inesistenti.

Per comprendere meglio la situazione – che non riguarda Milano sponsorizzata dalla proprietà – se fino a quattro anni fa, per abbinare il nome di un prodotto a quello di una squadra di Serie A, ci voleva almeno un milione di euro, adesso il mercato delle sponsorizzazioni è talmente depresso che, con 200mila euro si può prendere la maglia di una squadra di medio/alto livello. E, nonostante questi prezzi stile discount, non c’è quasi nessuno, eccezion fatta per le realtà locali che hanno ancora una specie di obbligo morale, che vuole legarsi alla pallacanestro. La conseguenza di tutto questo sono budget sempre più piccoli, che, inevitabilmente, significano giocatori di livello sempre più basso, con contratti di un solo anno, quasi tutti rescindibili in corso d’opera, per cercare un ulteriore risparmio, almeno iniziale.

Illuminante, in tal senso, l’esempio della storica Varese, alle prese anch’essa con problemi di budget. Il club che nello scorso campionato perse la Coppa Italia in finale contro Siena arrivando prima nella stagione regolare, ha dovuto lasciare andare quasi tutti i protagonisti di un anno storico, rimanendo fuori dai playoff. Ed ora, dovendo ridurre ancora i costi, rifarà la squadra per almeno nove dodicesimi, con giocatori che costino poco e, possibilmente, rendano molto. Con pochi soldi da investire, quasi tutti i club italiani non sono in grado poi neppure di capitalizzare il lavoro dei loro general manager, non sfruttando atleti, magari pagati poco, ma che finiscono col rendere molto di più del previsto. Per capirci, un giocatore alla Cuadrado, fossimo nel basket, la Fiorentina lo avrebbe già perso a costo zero, perché al momento della firma iniziale non avrebbe potuto permettersi di metterlo sotto contratto per più di un anno, non riuscendosi così a proteggersi, almeno finanziariamente, dall’assalto delle grandi.

E’ il caso, per citare ancora Varese, di Bryant Dunston, dominatore sotto canestro l’anno scorso, passato nell’estate 2013 ai campioni d’Europa dell’Olympiacos, con il club lombardo che non ha potuto far nulla per trattenerlo. Per Milano, ovviamente, la situazione è diversa. L’Armani, a livello di investimenti, se la sta giocando con gli altri grandi club d’Europa avendo la forza finanziaria di partecipare alla corsa per un giocatore, se decide di farlo. Ed è proprio questo il punto: stagione dopo stagione la differenza di portafogli tra l’Armani e le sue avversarie italiane è aumentata progressivamente, raggiungendo quest’anno una specie di limite di guardia. Una situazione simile pone inevitabilmente Milano come unico interlocutore privilegiato per tutti, federazione ed Eurolega per prime. Il che è molto positivo da un lato, vista la serietà del club e di che lo gestisce, ma dall’altro fa sì che ci si chieda cosa succederebbe se, per un qualsiasi motivo, dopo averne preso lo scettro, Armani decidesse che la “spicchia” non lo diverte più. Al di là del disastro per la Milano dei canestri, che destino avrebbe un movimento che oramai vive (quasi) solo della sua luce riflessa?