Ambizioso e ambiguo oppure pretenzioso e incomprensibile? Innanzitutto, tocca ricordare il significato di sineddoche: “Figura retorica che risulta da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo avere mentalmente associato due realtà differenti ma dipendenti o contigue logicamente o fisicamente, si sostituisce la denominazione dell’una a quella dell’altra (Treccani)”. Synecdoche, New York, esordio alla regia del celebre sceneggiatore Charlie Kaufman (Essere John Malkovich, Se mi lasci ti cancello), pare propendere per la pars pro toto: un film per l’intera filmografia.

Non a caso, dopo quest’opera prima presentata nel 2008 a Cannes, non ha bissato: Kaufman sta ora girando a quattr’occhi un fantasy d’animazione, Anomalisa, vedremo. Ma l’approdo nelle nostre sale dopo sei anni non si deve a lui, bensì al recentemente scomparso protagonista, Philip Seymour Hoffman: non bastasse l’ansia diffusa a piene mani nel film, il ping-pong arte-vita o, meglio, arte-morte aggiunge ulteriore inquietudine, perché i rimandi tra la tragica biografia di Hoffman e il ruolo del drammaturgo Caden Cotard si sprecano. Spettatori avvisati, ma se gli intorcinamenti narrativi, il metadiscorso e la stratificazione dei significati rendono difficile e ineluttabilmente non esaustiva la (prima) visione, Synecdoche vale bene la fatica: siamo dalle parti di 8 1/2, All That Jazz e il Greenaway ultimo scorso, stiamo soprattutto ascoltando e vedendo altre confessioni di una mente pericolosa, quella del cerebrale, cervellotico Kaufman, che con coraggio autoriale e un certo sprezzo per il pubblico fa all in. Direttore del teatro locale, Caden vive a Schenectady, NY, con la moglie artista Adele (Catherine Keener) e la figlioletta, preoccupata perché fa la cacca verde e, dunque, viva. Ma le preoccupazioni sono altre: Adele chiede al marito di non seguirla a Berlino, dove l’attende una personale di livello e, scopriremo, la fama. Mentre il suo corpo, e non solo quello, si sfalda tra sangue nelle feci, (p)sicosi e paranoia dura, Caden incappa nella bigliettaia Hazel (Samantha Morton), capelli rossi, seno prosperoso e una casa perennemente in fiamme, ma – canterebbe Mina – “il nostro amore appena nato è già finito”, lacrime a letto comprese.

Anche la sfiga ha un limite, e il nostro antieroe riceve la prestigiosa MacArthur fellowship, che con un bell’assegno garantisce ai geni il libero sfogo della creatività: nel caso di Caden, la messa in scena della propria vita in una Manhattan ricostruita in un gigantesco magazzino. Già, arte-vita elevata all’ennesima potenza, con un attore lungo e secco (Tom Noonan) a interpretare Caden, una simil-sosia (Emily Watson) per Hazel e una miriade di altri personaggi copie di originali “effettivamente” esisti, anzi, esistenti.

Grande è la confusione sotto il capannone, ma metodica, necessaria, ipertrofica: la riproduzione teatrale insegue la vita, mentre Caden e gli altri invecchiano inseguendo la morte. Tutte le variabili, le varianti e le gambe tese del caso sono contemplate, perché “la fine è costruita nell’inizio. Ma che cosa ci puoi fare?”. Appunto, nulla, tocca bearsi del procedimento allegorico di Synecdoche, il profluvio metonimico, gli sconfinamenti ontologici, le messe in abisso drammaturgiche e, sì, pure i titoli scelti da Caden per quello che parrebbe davvero il più grande spettacolo dopo il Big Bang: “L’oscura luna che illumina un mondo oscuro” o “Malattie infettive dei bovini”. Eppure, questo “film per la filmografia” di Kaufman è tutto tranne che fuffa: involuto, ansiogeno e massimalista, quel che volete, ma fascinoso, lancinante, non dimenticabile. Visione straconsigliata, non fosse che per Hoffman e l’anticipo sull’autobiografia. Synecdoche, New York è bigger than life.

Dal Fatto Quotidiano del 19 giugno 2014