Da non crederci. La scomparsa di Philip Seymour Hoffman è uno di quei lutti che non si vogliono accettare. Un attore dal talento puro dentro a un uomo fragile, evidentemente. Perché a quanto pare è stata l’eroina a sopraffarlo, già sua compagna in gioventù, in cui era ricaduto negli ultimi tempi. Ma poco o niente si sapeva di lui, privatamente. Il suo “rehab” dichiarato non aveva fatto notizia quanto invece continuava a farla la sua capacità trasformistica in un cinema americano che da oggi dovrà fare a meno di una delle sue stelle più vivide.

Avrebbe compiuto 47 anni il 23 luglio, essendo nato nel 1967 a Fairport, nello stato di New York. Stava recitando nella seconda parte di Hunger Games – Il Canto della rivolta, la prima parte del film, dove pure è interprete, è ora in fase di produzione e sarà nelle sale italiane il prossimo novembre. Il Sundance Film Festival ha appena ospitato due film in cui è coprotagonista: A most wanted man dell’olandese Anton Corbijn e God’s pocket di John Slattery. Il festival fondato da Robert Redford vedeva Philip Seymour Hoffman come un abituée: naturale, considerando la quantità di opere di qualità in cui il fuoriclasse aveva partecipato, graffiando ruoli che grazie a lui sono diventati memorabili.

Un Oscar vinto – per l’immenso Truman Capote di A sangue freddo nel 2005, e ben 72 premi guadagnati in giro per il mondo in una carriera avviata nei primi anni ’90. Aveva già recitato due volte per l’amico di sempre Paul Thomas Anderson (Sydney nel ’96 e Boogie nights nel ‘97) quando l’anno successivo “esplose” da protagonista del corale Happiness di Todd Solondz: il ruolo di Allen, un uomo insicuro e sessuomane emblema di un film impietoso sulle contraddizioni dell’Occidente contemporaneo. Interpretazione magistrale, così come lo sono state ne Il grande Lebowski dei fratelli Coen (’98), Magnolia (’99) e Ubriaco d’amore (2002) sempre di PT Anderson. Ma è Bennett Miller a portarlo all’Oscar come miglior attore protagonista in Truman Capote – A sangue freddo, dove Seymour Hoffman letteralmente “diventa” il grande scrittore statunitense.

In seguito sarebbero arrivate altre tre nomination: nel 2008 per La guerra di Charlie Wilson, nel 2009 per Il dubbio e nel 2013 per The master, l’ultimo film recitato per Paul Thomas Anderson, il regista che più di tutti lo ha valorizzato e che più piangerà la sua assenza. Un’amicizia, un sodalizio artistico e una carriera intrecciata costruita attorno a personaggi scomodi, sopra le righe, talvolta viscidi, di certo ritratti di un americano lontano dal Sogno. Ce ne avrebbe regalati ancora di character indimenticabili, ci mancherà.