Se chiedi ad un turista in vacanza a Lampedusa che cosa lo abbia stupito dell’isola, la prima cosa che ti dice è “ma dov’è l’emergenza?”. Se prendessimo le notizie degli ultimi mesi e le utilizzassimo per costruire una mappa geografica nella quale la dimensione dei territori dipendesse dalle notizie riportate, verrebbe fuori  una nuova cartina del Mediterraneo. Una cartina in cui  Lampedusa sarebbe grande quanto la Sicilia e si posizionerebbe a ridosso delle coste libiche e maltesi. Mediaticamente, infatti, la cosiddetta “emergenza Lampedusa”,  è così grande da abbracciare tutto il Mediterraneo.

“Stare qui e guardare  il Molo Favarolo vuoto fa un certo effetto – mi dice una signora di Bergamo – pensavo di vedere gli ‘sbarchi’ e invece mi pare di essere a Rimini”. Le stesse parole le ho sentite da tre giovani ricercatrici della Sorbonne di Parigi che erano venute per una delle innumerevoli ricerche sui migranti e se ne tornano nella capitale francese con un’altra pista di lavoro: una ricerca sull’Isola che non c’è, quella dell’emergenza. Dato che non c’è, quell’isola  le tre giovani ricercatrici non la troveranno mai. Potranno ricercare e trovare, invece, i meccanismi che hanno contribuito a formarla nel sistema mediatico. Vivendo  a Lampedusa, si coglie ben presto il distacco tra l’isola reale e quella virtuale raccontata in questi anni dai media.

Da quando sono qui, le vere emergenze che ho visto riguardano il caro benzina (un litro di super costa 2,030 euro), il costo della vita, l’assenza dei servizi sanitari adeguati, un sistema dei trasporti che “isola “ Lampedusa dallo Stato Italiano, i costi di un parto così alti che a molti genitori impone di ricorrere a un prestito. Certo, c’è Mare Nostrum che soccorre in mare le persone, ma anche i pochi approdi che ci sono stati sono stati vissuti con una impressionante normalità dalla popolazione locale.

Studiare l’isola che non c’è è un’interessante pista di lavoro utile a capire come si  è  formata e diffusa la cultura della paura del diverso, come  è nato il mito di un’emergenza che non c’è stata e che ancora non c’è ma che intanto ha generato un clima di allarme e di tensione. Come ha ben scritto in questi giorni l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni parlare di invasione per quello che sta avvenendo oggi in Sicilia è sbagliato. 50.000 arrivi, anche se diventassero il doppio, rappresentano un numero importante, ma certamente non eccezionale per un paese di 60 milioni di abitanti, anche  rispetto a quanto già accade in altri paesi europei, come in Germania (126.000 richieste d’asilo nel 2013) e in Francia (65.000).  Numeri che poi diventano quasi residuali se paragonati a quanto accade in paesi extra Ue (ad esempio il Libano, paese di 4 milioni di abitanti che ospita 1 milione di rifugiati siriani). Più che l’isola che non c’è i media farebbero bene a raccontare quella che c’è: il suo mare eccezionale, la tenacia della sua gente, la frustrazione per la distanza da un’Italia che appare molto, molto lontana, i bisogni dei giovani che non sanno come investire i loro entusiasmi e la loro creatività. Ci guadagnerebbe Lampedusa, ci guadagnerebbe la nostra coscienza di italiani e di europei.