Sono scaduti i primi cento giorni del governo Renzi, eppure delle promesse fatte non vi è traccia. Nessuno infatti ha più visto né sentito il progetto di civil partnership che Matteo Renzi aveva promesso alla vigilia dell’inizio del suo mandato. Quelle da fare con nome inglese ma “alla tedesca“, ricordate?

Immagino che chi tifa per Renzi darà la colpa al Ncd, che con i suoi voti sostiene il governo ma è pronto a silurarlo qualora questo – o lo stesso Pd, come Alfano ha più volte dichiarato – si azzardasse a sostenere una legge che riconosca le unioni gay. 

Chi invece, come si suol dire, conosce bene i suoi polli sa che è il Pd, o buona parte di esso a non volere questa legge, l’unico partito collocato a sinistra dell’emiciclo di un Parlamento nazionale in Europa a non avere ancora osato intraprendere la strada del riconoscimento delle coppie formate da persone dello stesso sesso. Non la vuole perché non gliene importa nulla, non lo ritiene importante o prioritario, o non gli piacciono i gay.

Già, perché non c’è altra spiegazione plausibile a un simile silenzio rispetto a un vero e proprio dovere costituzionale, che grava sul nostro Parlamento ormai da anni e che ci vede pressoché ultimi in Europa. Ultimi a non avere nulla, quando la maggioranza degli Stati che ci circondano, dall’Islanda al Portogallo, ha il matrimonio.

Le unioni civili sono anche le grandi assenti dal dibattito sul successo elettorale del Pd alle ultime europee. Eppure, tra i molti eletti ci sono esponenti del Partito che hanno sottoscritto il documento Ilga sui diritti Lgbt: andranno a difendere questi diritti a Bruxelles e Strasburgo, dove questi diritti ci sono già, mentre li vedono negati ai loro concittadini? Le dinamiche del Pd sul tema delle coppie gay e lesbiche, dal disastroso progetto di legge sui Dico in avanti, esprimono un paradosso incomprensibile.

La classe politica si rinnova ma latita proprio dove dovrebbe cambiare. Ringiovanisce ma ragiona come la vecchia. Si propone come dinamica e volenterosa, ma delega la condizione giuridica di milioni di cittadini a un futuro incerto quanto il passato.

Solo alcuni sindaci e consigli comunali (a Grosseto, Latina, Fano e ora Napoli) si stanno muovendo per ordinare la trascrizione dei matrimoni conclusi all’estero da coppie gay e lesbiche italiane. Un piccolo passo, che insieme al recente convegno romano organizzato il 30 maggio scorso da Magistratura Democratica, Rete Lenford e Articolo 29 sulla discriminazione matrimoniale di gay e lesbiche, dimostra l’insofferenza della società civile e giuridica per una discriminazione sofferta quotidianamente dalle persone omosessuali, e che significativamente si muove “dal basso”, dalle aule di giustizia dei tribunali di periferia, dalle università e dai comuni, per rimuovere l’assordante silenzio del Parlamento.

Nel contestare la dichiarazione fatta al riguardo dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris, l’arcivescovo della città partenopea Crescenzio Sepe ha invitato il sindaco ad occuparsi delle cose più importanti della città, a partire dalle buche nelle strade

Chissà che considerazione devono avere della Costituzione italiana, ma soprattutto dell’umanità, della politica e del mondo, questi uomini di chiesa. Ecco, quando qualcuno dall’alto del suo scranno di governo, o da una qualsiasi più modesta posizione all’interno del Pd, avrà avuto l’intelligenza e il coraggio di ricordare a Sepe che la regolamentazione delle coppie omosessuali è argomento da dibattito politico e non sfera di competenza della Chiesa o, peggio, “questione eticamente sensibile”, allora sì, l’Italia avrà finalmente cambiato verso e avrà intrapreso il suo doveroso cammino verso l’Europa.

Oggi, dall’Europa, siamo ancora clamorosamente fuori. Fuori luogo, fuori tempo massimo, fuori tutto.