Assorbenti gratis a scuola, la proposta della Campania scatena la solita melma di qualunquismo
di Laura Ruzzante
C’è una costante nel dibattito pubblico italiano: ogni volta che si prova a colmare una lacuna di civiltà, si alza subito il polverone. Stavolta tocca alla Campania, dove il Consiglio regionale ha avuto l’ardire di proporre distributori gratuiti di assorbenti nelle scuole. Apriti cielo.
L’iniziativa del consigliere D’Errico, un atto che in un Paese normale sarebbe archiviato come pura amministrazione del buonsenso, ha scatenato la solita, stantia reazione da social media, dove la “parità” viene brandita non per garantire diritti, ma per livellare tutto verso il basso, in una melma di qualunquismo.
Il punto non è la scatola di cotone in sé. Il punto è che in Italia, se sei una studentessa, il tuo corpo è un problema privato che, se non hai i soldi per gestirlo, diventa un’onta pubblica. Ma non ditelo ai campioni della tastiera. I soliti esperti di tutto, pronti a gridare al “femminismo tossico” o alla discriminazione al rovescio, hanno sentenziato: “E i rasoi per gli uomini? Perché non paghiamo la barba a tutti?”. Il paragone è di una idiozia talmente cristallina da richiedere uno sforzo quasi filologico per essere analizzato.
Dimenticano, questi novelli filosofi della spesa, che la barba è una scelta, o al massimo un vezzo estetico che ha fatto la fortuna dei barber shop che spuntano come funghi. La mestruazione, invece, è una condanna biologica che non ammette repliche. Non è una “scelta” e, soprattutto, non si può ignorare. A meno che non si voglia vivere in un mondo dove la dignità di una ragazza è calcolata in base alla sua capacità di nascondere una scia che, per ovvie ragioni fisiche, non può essere “gestita” con la forza di volontà.
Oltretutto la prima mestruazione può avvenire in qualsiasi momento, non manda telegrammi di avviso: scuola, vacanza, casa. Almeno se sei a scuola puoi avere quella fornitura che ti può aiutare a sentirti meno imbarazzata.
Ma la verità è che questo Paese è tarato male. È il Paese dove, se un uomo sfiora i 37 di febbre, partono le chiamate a Taffo, al medico di base e al notaio per il testamento, perché il maschio alpha è crollato. Però, se una donna soffre di endometriosi o vulvodinia, patologie croniche, invalidanti e costosissime, la risposta istituzionale è il silenzio o, peggio, il suggerimento di “alternative green”. Perché sì, ci sono le coppette, ci sono le soluzioni lavabili. Peccato che la povertà non sia un’opzione, né un hobby. Chi si trova in difficoltà economica non può permettersi nemmeno l’investimento iniziale per un’alternativa ecologica; deve contare ogni centesimo, mentre lo Stato guarda dall’alto della sua burocrazia indifferente.
La mozione campana dà fastidio perché scardina il presupposto su cui poggia gran parte della nostra politica: che il benessere sia un fatto individuale e il disagio una colpa da gestire nel privato. Invece, la “povertà mestruale” è un fallimento collettivo. È la prova che la scuola, presidio di uguaglianza, viene tradita ogni volta che una studentessa è costretta a chiedere aiuto o a restare a casa perché non può permettersi un bene essenziale.
Chiedere assorbenti gratuiti a scuola non è un privilegio. È la fine di una tassa occulta sulla biologia. E se a qualcuno scotta ancora che si finanzino assorbenti e non lamette da barba, forse il problema non è la mozione campana. Il problema è che nel termometro del nostro Paese, quando si parla di donne, il mercurio si ostina a non salire mai.