Un solo reato, due inchieste parallele: anche la Procura di Torino ha aperto un’indagine per aggiotaggio sulla fusione tra Unipol e Fonsai. Operazione su cui la procura di Milano da tempo sta cercando di fare chiarezza. Ennesima duplicazione, in questa storia che vede già processati, alcuni a Torino (Salvatore Ligresti, la figlia Jonella e i loro manager) e altri a Milano (Paolo Ligresti, Fulvio Gismondi e Piergiorgio Bedogni), personaggi tutti imputati per lo stesso fatto, l’aggiotaggio sul bilancio Fonsai del 2010. Se per questo troncone il rischio è che a Torino si celebri un processo destinato alla fine a essere annullato dalla Cassazione per incompetenza territoriale, per la delicatissima indagine appena avviata su UnipolSai il rischio è la sovrapposizione delle indagini, aggravato dal fatto che le due procure stanno procedendo con ipotesi investigative opposte.

A Milano, il pm Luigi Orsi nelle prossime settimane analizzerà, con l’aiuto di un consulente, il materiale contenuto nei computer (una settantina) sequestrati giovedì 22 maggio negli uffici bolognesi di Unipol e nella sede romana di Consob, la Commissione di controllo sulla Borsa. Indagati per aggiotaggio informativo sono l’amministratore delegato di UnipolSai, Carlo Cimbri, e altri tre manager. L’ipotesi d’accusa è che la fusione sia avvenuta a valori falsi: sopravvalutato il peso di Unipol, a causa dei titoli strutturati che aveva in portafoglio. Nel decreto di perquisizione è riportata la valutazione del funzionario Consob Marcello Minenna, secondo cui quei titoli, “rispetto ai valori comunicati da Unipol”, hanno “un differenziale negativo” che “si colloca tra i 592 e i 647 milioni di euro”. Sotto attenzione della procura di Milano sono anche il controllore e il regista dell’operazione: il primo è il presidente Consob Giuseppe Vegas (per ora non indagato) che rallentò le analisi di Minenna, tenne fuori dalla partita uno dei commissari, Michele Pezzinga, e non comunicò l’esito delle analisi sul portafoglio titoli né al pm Orsi, né all’Ivass (l’istituto che vigila sulle compagnie assicurative), che doveva concedere l’ultima autorizzazione alla fusione; il regista è invece l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, che ha organizzato il “salvataggio” di Fonsai salvando in realtà Unipol e soprattutto se stesso, vista l’esposizione che entrambi i gruppi avevano con Mediobanca. Il giorno dopo le perquisizioni, si è appreso che anche i pm di Torino, Vittorio Nessi e Marco Gianoglio, hanno aperto un’indagine parallela e chiedono alla Procura di Milano di poter vedere il materiale sequestrato. Il punto di partenza dei pm torinesi sarebbe una email di Piergiorgio Peluso (figlio dell’ex ministro Anna Maria Cancellieri), allora direttore generale di Fonsai, che nei primi mesi del 2010 scriveva ai suoi collaboratori: “Vi allego un memo sulle criticità di bilancio di Unipol Assicurazioni, a quanto pare noi non siamo gli unici ad avere problemi di solvibilità… leggetevelo e organizziamo una mail in settimana per fare il punto sulla due diligence e su quanto stiamo scoprendo”. Allegata, un’analisi dei conti Unipol. Quello che intanto la procura di Milano ha già accertato è che nei mesi caldi in cui si preparava la fusione, il vigilato (Unipol) era informato in diretta dal vigilante (Consob) su ciò che stava succedendo. La prova è nelle carte di un’indagine di Roma sulle infiltrazioni mafiose nel porto di Ostia, che Orsi ha chiesto e ottenuto a fine 2013: in un’intercettazione, l’avvocato Dario Romagnoli (dello studio Tremonti e consulente di Unipol) racconta il 12 dicembre 2012 a Giulio Tremonti (fino al 2011 ministro dell’Economia, conVegas viceministro) una riunione tenuta il giorno prima nella sede di Unipol. Presenti Romagnoli, l’allora generale della Guardia di finanza Emilio Spaziante e un terzo personaggio misterioso. “Loro dicono che c’è proprio una lotta intestina interna a Consob”, dice l’avvocato. “Una faida” in cui un gruppo (in realtà il funzionario Minenna) si oppone, scrivono gli investigatori, “al presidente Vegas che invece favorisce l’operazione”.

Se per il futuro il pericolo di sovrapposizione d’indagini è forte, le scelte fin qui fatte dai pm di Milano e Torino dimostrano opposte ipotesi investigative. Torino procede contro i Ligresti e i loro manager, sottovalutando il ruolo di banche, registi e controllori. Ha sentito come persona informata sui fatti Nagel, che contemporaneamente e per le stesse vicende era invece indagato a Milano. Ha iscritto nel registro degli indagati il consulente di Fonsai Fulvio Gismondi, che invece era stato il primo ad andare spontaneamente alla procura di Milano (era il 12 aprile 2012) a raccontare i conti ballerini della fusione che si doveva fare a ogni costo. Con il risultato che Gismondi non ha più potuto essere ascoltato da Orsi come testimone, ma come indagato di reato connesso.

Intanto il tribunale di Torino che sta processando Salvatore e Jonella Ligresti ha affermato la sua competenza, contro ciò che la Cassazione ha più volte ribadito (Antonveneta, Parmalat, Mps): l’aggiotaggio si consuma nel luogo in cui la notizia è diffusa ai mercati, dunque Milano, dove ha sede il Nis, il sistema informatico della Borsa. Milano-Torino: sarà scontro o si troverà un accordo?

Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 28 maggio 2014