La Guardia di Finanza di Torino ha eseguito sette ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Procura nei confronti di componenti della famiglia Ligresti e di alcuni manager, all’epoca dei fatti in posizioni di vertice nell’ambito di Fondiaria-Sai. In carcere sono finiti Jonella e Giulia Maria, figli di Salvatore Ligresti; per quest’ultimo sono stati disposti gli arresti domiciliari a Milano. Gioacchino Paolo Ligresti, invece, non è stato arrestato e risulta allo stato “ricercato”: i finanzieri sanno che il manager si trova in Svizzera e prima di prendere ufficialmente contatti con le autorità elvetiche, attendono di sapere se l’uomo intende rientrare in Italia e consegnarsi. In manette anche Emanuele Erbetta, Fausto Marchionni, ex amministratori delegati di Fonsai, e Antonio Talarico, ex vicepresidente della società; per gli ultimi due pure sono stati disposti i domiciliari. 

I provvedimenti giudiziari sono scattati per le ipotesi di reato di falso in bilancio aggravato e di manipolazione di mercato. A quanto si apprende i fatti contestati dagli investigatori riguarderebbero l’occultamento al mercato di un ‘buco’ nella riserva sinistri di circa 600 milioni di euro, la cui mancata comunicazione avrebbe provocato danni ad almeno 12mila risparmiatori. Il danno patrimoniale che ha subito Fonsai a causa del comportamento degli indagati “è di 300 milioni di euro”, ha spiegato in conferenza stampa il procuratore aggiunto di Torino, Vittorio Nessi. “E’ una cifra – ha spiegato – che si ottiene dalla perdita di valore del titolo e dal pregiudizio per i piccoli azionisti che hanno sottoscritto primi aumenti di capitale e non sono poi stati in grado di sostenere i successivi”. 

Per i componenti della famiglia Ligresti e per le altre persone arrestate questa mattina dal nucleo di polizia tributaria di Torino della Guardia di Finanza, il reato contestato è quello di false comunicazioni sociali. L’inchiesta della procura di Torino su Fonsai era stata aperta nell’estate 2012 sulla scia di quella milanese su Premafin, società del gruppo Ligresti. Avviata per l’ipotesi di falso in bilancio e ostacolo all’attività di vigilanza relativamente al quadriennio 2008-11, si era ampliata lo scorso febbraio con l’aggiunta dell’ipotesi di infedeltà patrimoniale dopo la presentazione di numerose querele da parte degli azionisti. La guardia di finanza aveva perquisito più volte le sedi del gruppo sparse sul territorio italiano e sequestrato numerosi supporti informatici con almeno 12 terabytes di materiale che è stato analizzato nel corso degli ultimi mesi. Il buco di 600 milioni si riferisce alle riserve sinistri che Fonsai aveva contabilizzato nel bilancio 2010, poi utilizzato per predisporre l’aumento di capitale del 2011.

L’ordine di cattura è stato motivato dal gip anche con il pericolo di fuga: testimoniato per i tre fratelli Ligresti dal recente prelievo di circa 14 milioni da tre società lussemburghesi che fanno loro capo. Per il giudice il pericolo è “desumibile dal possedere, ciascuno di loro, ingenti patrimoni in grado di fornire loro i mezzi necessari per lasciare il territorio nazionale e spostare il centro delle proprie attività in altri Paesi, al fine di eludere gli esiti delle indagini”. Secondo il gip Silvia Salvadori la custodia “appare l’unica adeguata a salvaguardare le esigenze cautelari… essendo assolutamente necessario che sia impedito loro qualsiasi contatto con i terzi, sia di persona che a mezzo del telefono, al fine di contenere, in particolare, la loro propensione al reato e il predetto rischio di fuga, non essendo ragionevole prevedere che tali esigenze potrebbero essere salvaguardate con semplici misure prescrittive”. L’ipotesi di una fuga progettata verso le Cayman è suffragata per gli inquirenti da una intercettazione: “Che sussista un rischio concreto che i componenti della famiglia Ligresti decidano di allontanarsi dalla giurisdizione nazionale, è opinione anche delle persone a loro vicine” scrive il gip citando il dialogo intercettato tra Marchionni e un’altra persona su un’imminente viaggio di Paolo Ligresti alle isole Cayman. “Immagino che sia l’inizio di un viaggio, Cayman Ginevra e cose di questo genere” proseguono i due “e senza tanta voglia di tornare” aggiungono sottolineando “e ma lo seguiranno poi anche gli altri”. Non solo. Secondo il gip “avrebbero anche facilità nel reperimento di immediati mezzi di trasporto necessari per un rapido spostamento” tanto che in un’altra conversazione intercettata “è emerso come gli indagati ricorrano spesso all’utilizzo di aerei presi a noleggio, oltre ad avere la disponibilità di un elicottero”.

L’esame della documentazione ha permesso di ricostruire come, attraverso una sistematica sottovalutazione delle riserve tecniche del gruppo assicurativo. sia stato possibile falsificare i dati del bilancio 2010. La costante sottovalutazione della ‘riserva sinistri’ ha consentito negli anni la distribuzione di utili per 253 milioni di euro alla holding della famiglia Ligresti, la Premafin, dove invece si sarebbero dovute registrare perdite. Dagli accertamenti sarebbe emerso che la famiglia Ligresti si sarebbe assicurata oltre al costante flusso di dividendi anche il via libera a numerose operazioni immobiliari con parti correlate. Tra i reati contestati, anche l’aggiotaggio informativo: “Diffondevano notizie false occultando perdite e dunque influenzando le scelte degli azionisti”, ha spiegato il procuratore aggiunto Nessi. La Procura di Torino ha deciso di procedere con le misure cautelari nei confronti della famiglia Ligresti sia per le concrete possibilità di fuga, sia per il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.

Inoltre secondo il giudice la famiglia Ligresti non ha offerto nessuna collaborazione agli inquirenti nell’inchiesta Fonsai che avrebbe avuto come unico obiettivo il proprio interesse economico. “Gli indagati, seppure consapevoli del presente procedimento e di quanto gli inquirenti stavano via via accertando – si legge nelle carte – non hanno dato alcun segnale collaborativo, né rispetto alle indagini (pur se è un loro diritto), né alle proprie cariche funzionali, tutt’ora rivestite, a fronte di deleghe che nulla spostano rispetto alla propensione al delitto ravvisata, atteso che il fine ultimo delle operazioni di manipolazione del bilancio e di aggiotaggio, per cui si procede, si identifica principalmente nel perseguimento del loro interesse economico”.

Salvatore Ligresti, 81 anni, originario di Paternò (Catania), protagonista della “urbanistica contrattata” della Milano craxiana degli Anni Ottanta, era già stato arrestato nel 1992 nell’ambito dell’inchiesta Mani pulite. Aveva patteggiato una pena di 2 anni e 4 mesi per corruzione, scontata con l’affidamento ai servizi sociali. Poi era tornato alla guida del suo impero economico-finanziario. “I miei figli non c’entrano, non hanno avuto il ruolo che gli attribuiscono in questa vicenda. Sono sicuro di poter dimostrare la nostra estraneità, la nostra innocenza” avrebbe detto Ligresti agli uomini delle Fiamme Gialle che gli notificavano l’ordine di custodia cautelare ai domiciliari.