Due ceffoni in pubblico davanti a una scuola con i bambini che giocano. Chi le prende ha alleati pericolosi che intervengono a parole. Anche chi le dà è arrivato sul posto coperto. Con lui un compare il quale, davanti all’asilo a pochi passi da un parchetto affollato di mamme e figli, estrae un fucile a pompa. Non spara, minaccia. Chi lo vede? Tutti. Chi parla? Nessuno. Benvenuti a Milano. Via delle Betulle, quartiere degli Olmi, dove la malavita gira armata.

Succede il 23 aprile 2014. La faida inizia così. Qualche schiaffo e il tentativo di sequestro. Di mezzo c’è una questione sentimentale, meglio di corna. Banalità che diventano guerra tre giorni dopo in via Val d’Intelvi 11, quartiere di Baggio. Poco prima delle sette di sera, sempre davanti a una scuola, chi, prima aveva estratto solamente “il pompa”, ora spara cinque colpi. Vuole uccidere, ferisce. Il 28 aprile 2014 al telefono la discussione è concitata. Dice Tommaso: “Io non c’ho paura di nessuno, ricordati solo questo io non mi sto nascondendo. Questa è la mia strada, questa è la mia zona e non sparisco da nessuna parte forse non hai capito”. Arianna, lo si sente, è terrorizzata. “Sta diventando una guerra troppo grossa, non ti rendi conto”. Tommaso si rende conto benissimo. Dice: “Quello che succede prendiamo, non è un problema io sono qua, il problema è uscito e si affronta fino alla fine”. Quindi si raccomanda per il loro bambino: “Non lo so Ari cosa succede, quando cado ricordati una cosa, a mio figlio non devi dire un cazzo di quello che è successo, mi troverà al cimitero e se vuole venire verrà a trovarmi … ascolta Arianna quello che ti voglio far capire io, se mi succede qualcosa, tu a mio figlio non devi mai far saper un cazzo di me punto”. L’incredibile intercettazione viene sbobinata dagli uomini del Gico della Guardia di Finanza di Milano. Per loro ogni parola detta dal milanese Tommaso Diaco e da sua moglie Arianna C. ha un senso. Sanno che da una settimana tra i quartieri di Baggio e quello degli Olmi, periferia sud di Milano, si stanno gettando le basi per un faida tra clan contrapposti. Faida armata tra i serbi degli Olmi e gli italiani di Baggio. La probabilità che ci scappi il morto è molto alta. Un rischio che questa mattina è stato neutralizzato dopo che i militari coordinati dal pubblico ministero Ester Nocera hanno arrestato sette persone accusate a vario titolo di spaccio di droga, porto abusivo di armi da guerra e tentato omicidio.

Per capire meglio, però, bisogna riavvolgere il nastro di qualche mese, quando la Finanza seguendo il narcotrafficante montenegrino Milutin Tiodorovic aggancia una batteria di serbi e italiani che controllano lo spaccio al quartiere degli Olmi. E’ gente pericolosa, che oltre alla roba traffica in armi. Scattano gli approfondimenti. Si comprende che la batteria è capeggiata da Bojan Djukic e Dejan Dzolic. Sotto di loro Umberto Mannino capo dei “cavallini” dello spaccio che coprono le strade del quartiere. Mannino prende ordini, tanto che in un’ambientale lo stesso Dzolic lo avverte che “il viaggio in macchina con le bustine non lo devi mai fare”. Mentre un imbosco buono è nell’accendisigari: “Metti qua dentro schiacci subito quando vedi la madama e li bruci hai capito male che vada che ti stanno per fermare se è solo una, la bruci proprio”. A marzo la Guardia di Finanza di Pavia sequestra il capannone della droga arrestando il custode della banda che inizia a sospettare di aver un infame nell’organizzazione. I serbi proseguono a spacciare. Ma niente telefoni, bisogna stare attenti.

Si arriva così al 23 aprile in via delle Betulle, quando davanti a Umberto Mannino si presentano Tommaso Diaco e Ivan Bafunno che in quel momento è indagato dalla squadra Mobile per il tentato omicidio di Claudio Bardugoni avvenuto in via Fleming (San Siro) nel 2013. Diaco ha un conto da regolare. Mannino è l’amante di sua moglie. Diaco si presenta con il bambino per mano. Scatta la ritorsione. Mannino le prende. Per lui interviene Djukic. A quel punto Bafunno estrae il fucile. Diaco minaccia: dice di aver collegamenti con la ‘ndrangheta. Millanta? Probabile. Ma poco importa. Per i serbi quello è uno sgarro che va punito. Il banale tradimento è superato. Ora c’è l’onore e il controllo del territorio. Tanto che nel tardo pomeriggio del 23 aprile, i serbi pattugliano il quartiere in cerca di Diaco e Bafunno. I due sono armati. “Qua – dice Dzolic – c’ho la Skorpion, se c’è qualcosa scendi e pam, gli vado addosso hai capito”. L’altro chiede se l’arma ha la sicura. Risposta: “C’ha la sicura, scendi con quella, occhio che parte il colpo pah! pah! pah! tutti e tre ciao”. Non solo armati, ma anche esperti. Per i due, infatti, le armi sono un lavoro, loro vendono di tutto. “Anche il ” pompa” – si ascolta in un’ambientale – te lo do a quanto l’ho pagato 200, lo vuoi? O vuoi fare lo scambio con la pistola 9 x 21?”. Per loro un kalashnikov vale duemila euro, meno le pistola, i colpi vanno cinque euro al pezzo.

Questo il quadro. Lo scenario da far west prosegue. In auto ecco uno dei serbi progettare la morte di Diaco: “Sto Tommaso qua, io lo ammazzerei lo taglierei a pezzettini e lo butterei ai maiali”. Riprende l’altro: “Noi dobbiamo andare là cattivi e subito bam! bam! bam! perchè questi si meritano questo”. La logica è binaria. Uccidere per non essere uccisi. Ecco il ragionamento in presa diretta: “Perché magari un giorno che li vedi in giro così che vengono accavallati ti vedono a te andare in giro da solo, questi sono venuti accavallati per cercarti sparisci”. Non è mafia, ma è malavita oggi a Milano. Dice Djukic: “Qua c’è da rispondere subito, se non rispondi sei un pezzo di merda, un cagasotto io ti dico per me devo rispondere perché non siamo merdacchioni e non dobbiamo fare sta figura”.

Certo il rischio che “ci scappino i morti” è alto. Ma per i serbi così come per Diaco la partita va giocata fino in fondo. E a nulla servono gli avvertimenti delle donne. Diaco non ascolta Arianna. Djukovic la sua Guanda. “E’ successa una questione che ti devi fare i cazzi tuoi te hai capito – la ammonisce il serbo – , ti dico prendi e vattene al mare perché son sicuro che tu stai bene capito, adesso son venuti a fare una prepotenza a Umberto per un cazzo”. E ancora: “Io devo fare sta cosa qua per stare in pace”. E se il serbo vuole controllare gli Olmi, Tommaso Diaco non sembra da meno: “Se loro pensano che al quartiere Olmi noi non veniamo, ogni sera sotto casa tua c’è una macchina (…) perché la guerra l’ho iniziata e la finisco, ma la finisco a modo mio la guerra, perché io non ho paura di nessuno, se lui si crede che è slavo, e viene a comandare in Italia”.

Il 26 aprile, l’ultimo atto. Ore 18 e 45, via Val d’Intelvi 11. Da un lato l’ingresso della scuola elementare Luigi Einaudi, dall’altro il Rosy Bar. L’auto dei serbi si ferma, i due escono. Sono attimi concitati. Poi i cinque colpi sparati da Ivan Bafunno detto il nano. Due giorni dopo Bafunno viene fermato dai Baschi verdi. E’ in auto ed è armato. Ha una semi automatica Beretta Px 4 Storm calibro 9 x 21. Il giorno dopo Arianna C. è al telefono con un’amica. Dice: “Il nano se n’è andato, se lo sono portato finalmente”.