Chiamare “Maggio” un festival musicale che si svolge a maggio può apparire una scelta semplice, a meno che non ci si trovi a Parigi, dove il gentile mese suscita echi di esplosioni e rivoluzioni, poco importa se illusorie. Tutta concreta e ben solida è invece la storia dei quattro ragazzi italiani che si sono inventati “Maggio”, il festival di musica indipendente che dal 16 al 18 maggio prossimi vedrà alternarsi sul palco del Gibus, storica sala da concerti nel cuore della Ville Lumière, alcuni protagonisti della scena indie italiana: Brunori Sas, Dente, Colapesce, Dimartino, Lo Stato Sociale, L’orso e gli Zen Circus.

Una delle tante storie di fortunata fuga dall’Italia per reinventarsi un futuro possibile all’estero, che ci ha raccontato uno dei protagonisti, Francesco Artuso, calabrese emigrato in Francia nel 2008. Assieme a tre soci nel 2012 si inventa Marcovaldo (“Calvino in Francia è molto amato, ci è sembrato il nome più adatto” dice Francesco), una libreria caffè nel delizioso quartiere del Marais, con l’ambizione di diventare un punto di riferimento per gli italiani a Parigi ma anche di svecchiare un’immagine stereotipa e stantìa dell’Italia, con una proposta culturale innovativa e varia: scrittori, musicisti, registi, attori, un’accurata selezione della creatività nostrana. Dopo due anni e alla vigilia di questa nuova avventura del Festival i quattro possono dire di essere riusciti a vincere la scommessa.

Come è nato Marcovaldo?
Arrivai a Parigi nel 2008, senza un lavoro ma con la convinzione che trovarne uno non sarebbe stato così difficile, e così fu. Già allora l’aria che tirava in Italia non era buona, e io ero innamorato della città. Assieme alla mia coinquilina eravamo venuti a conoscenza di Piola Libri, la libreria italiana a Bruxelles, una realtà culturale molto attiva, e pensammo che un’idea del genere avrebbe potuto funzionare anche a Parigi. I ragazzi di Piola che andammo ad incontrare ci diedero ottimi consigli, e decidemmo di partire. Concretizzare il tutto è stato difficile all’inizio perché volevamo essere sicuri di trovare il luogo che avesse tutte le caratteristiche per funzionare. Una volta trovato il posto poi in un mese e mezzo abbiamo aperto. Abbiamo ingranato da subito e nel giro di poco tempo siamo diventati un punto di riferimento per la comunità italiana, conquistando a poco a poco anche i francesi. Il concerto di apertura lo facemmo con Dente, poi sono arrivati gli scrittori, dai Wu Ming a Carlotto, attori come Luigi Lo Cascio e Maya Sansa, e tutti gli artisti che abbiamo radunato per “Maggio”.

L’idea del Festival come nasce invece?
In qualche modo volevamo offrire agli artisti che ci sono venuti a trovare in questi anni un palcoscenico più prestigioso dello spazio di Marcovaldo, che è adatto a piccole live session in acustico. Così, forti dell’enorme successo di pubblico che i concerti hanno avuto in questi anni ci siamo lanciati in questa nuova avventura. È una sfida, ma il pubblico desideroso di questo genere di eventi è numeroso. Il prezzo dei biglietti che abbiamo dovuto fissare, mentre gli eventi di Marcovaldo sono tutti rigorosamente gratuiti, (tre serate di concerti a 60 euro per i francesi e 40 per chi viene dall’Italia) ci consente di rientrare delle spese. Abbiamo lanciato anche una piccola campagna di found raising: ci piacerebbe che questa diventasse una vetrina importante per la musica italiana in Francia.

Marcovaldo rappresenta un unicum nel suo genere a Parigi?
Ci sono molti ristoranti gestiti da italiani, o bar che offrono selezioni di vini o liquori nostrani, ma nessuno prima di noi che facesse una programmazione culturale strutturata. Certo c’è l’Istituto Italiano di Cultura che però a nostro avviso si rivolge ad un target più adulto, mentre noi volevamo coinvolgere soprattutto i giovani appassionati di musica indipendente e attenti anche ad altri aspetti, come i prodotti a km zero o biologici che proponiamo. Eravamo e siamo convinti che nell’attualità l’Italia abbia qualcosa da dire e volevamo che risaltasse anche agli occhi dei francesi che hanno un’immagine un po’ stereotipata di quello che l’Italia rappresenta e propone. E la facilità con la quale Marcovaldo è diventato fin da subito un luogo di riferimento ci ha dimostrato di essere sulla strada giusta: oggi gli italiani che arrivano qui passano da noi, per cercare lavoro o per avere indicazioni su alloggi, su come muoversi. Siamo contenti ovviamente di dare tutte le indicazioni. Il continuo arrivo di immigrati dall’Italia ci consente di avere il polso della situazione, magari un termometro non esatto dal punto di vista statistico ma senza dubbio valido da quello empirico.

Avevi mai pensato ad avviare un’impresa in Italia?
Francamente no, ma probabilmente perché ne ho sempre avvertito tutta la pesantezza. Il sistema italiano pare fatto apposta per scoraggiare qualsiasi tentativo. Qui in Francia è molto più facile: una volta individuato il luogo che ci sembrava adatto a far fruttare il nostro investimento non ci è stato difficile né creare l’impresa né ottenere il finanziamento dalle banche, e non abbiamo mai avuto difficoltà a restituire il prestito. Credo che in Italia avremmo avuto qualche ostacolo in più.