Ne parlano tutti, si danno battaglia sui dettagli e i distinguo, costituzionalisti di rango s’accapigliano sui pro e i contro e i partiti si minacciano a vicenda di mandare all’aria tutto. Su un testo che non c’è. Il ddl costituzionale di riforma del Senato su cui anche ieri il ministro delle Riforme e dei Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, ha risposto in modo brusco a un Berlusconi incerto e deciso ad uscire dall’abbraccio mortale con Renzi sulle riforme, è – di fatto – un provvedimento che ancora non ha visto nessuno. Tranne, in parte, il Quirinale. Come hanno confermato in serata fonti della maggioranza, secondo le quali il testo delle riforme Costituzionali licenziato dal Cdm venerdì scorso è arrivato al Colle, ma non integralmente. Ci sarebbe solo l’articolato, ma senza la relazione. Fonti di palazzo Chigi fanno sapere che la relazione sarà inviata al Colle questa sera.

Lo conoscono solo i membri del governo e, soprattutto, non è ancora arrivato in Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama, dove la presidente, Anna Finocchiaro, non vede invece l’ora di leggerlo per capire, nel dettaglio, come Renzi ha immaginato la trasformazione della Camera Alta della Repubblica. Lei che con Renzi non parla da mesi. Eppure il via libera al ddl è già stato dato dal Consiglio dei ministri del 31 marzo (quindi ormai una settimana fa), ma ancora il testo latita. Si sa, a grandi linee, che il futuro Senato “si chiamerà Senato delle Autonomie” e sarà composto da 148 persone; 21 nominati dal Quirinale e 127 rappresentanti dei Consigli Regionali e dei sindaci, che è prevista una composizione paritaria di tutte le Regioni e tra Regioni e sindaci. E che è messa in previsione anche “la disponibilità di esaminare una composizione proporzionale al numero degli abitanti di ciascuna Regione”. E, in ultimo, che gli ex presidenti della Repubblica e gli attuali senatori a vita faranno parte del futuro Senato delle Autonomie, ma in quale veste non si è ancora capito.

Anche sul sito del governo, d’altra parte, l’articolato non c’è, c’è solo il comunicato del Consiglio dei Ministri che traccia a grandi linee la riforma, appunto quelle appena elencate. Nulla di più. Insomma, al di là delle schermaglie tra Pd e una Forza Italia in forte difficoltà, il ddl costituzionale per il superamento del bicameralismo perfetto, al momento non è declinato in un articolato. Perché no? E, soprattutto, perché questo ritardo nell’arrivo della “bozza”, in commissione a Palazzo Madama? Semplice: perché il “testo” è al vaglio del Quirinale. A quanto si apprende, dopo il varo delle linee guida da parte del governo Renzi, Napolitano avrebbe chiamato i suoi collaboratori legislativi più fidati per cercare di dare concretezza alla “rivoluzione” costituzionale evitando che venga presentato in Senato un testo privo di sostanza, impossibile da attuare e, soprattutto, in contrasto con la Carta che si prefigge di superare in alcuni punti democratici sostanziali.

Il timore del Capo dello Stato, infatti, risiederebbe nel fatto che senza un’impalcatura a prova di bomba dal punto di vista costituzionale, il ddl finisca subito per essere impallinato in Commissione, dove il Pd, fedele e compatto agli ordini di scuderia del segretario, ha tuttavia già pronte una lunga serie di proposte per emendare, all’uopo, l’articolato in modo da renderlo quantomeno a norma di legge. Se non addirittura qualcosina di più. Insomma, sembra quasi che governo e Quirinale si siano dati compiti diversi e distinti tra loro, su questa materia; a Renzi la propaganda e l’immagine pubblica di accellerazione delle riforme, al Quirinale la limatura dei provvedimenti che, evidentemente, neppure Napolitano si fida troppo a lasciare nelle mani di debuttati assoluti come, appunto, la ministra Maria Elena Boschi. Certo, il tempo passa. Ed ha buon gioco Forza Italia, in un momento tanto delicato della sua storia politica, ad alzare i toni, in senso sempre propagandistico, su un qualcosa che neppure Verdini, artefice di parte della trattativa, ha mai visto tradotto in commi e articoli.

Par di capire che si dovrà attendere ancora la prossima prima di poterlo avere fisicamente tra le mani. Almeno stando a quello che suggeriscono i tecnici del Senato stesso, dove i provvedimenti da esaminare e smistare nelle commissioni arrivano quasi sempre di lunedì. La questione, come si diceva, crea qualche dubbio anche al Pd, dove i senatori dem che avevano presentato proprie proposte di modifica costituzionale di palazzo Madama, le hanno ritirate in attesa – in alcuni casi – di trasformarle in eventuali emendamenti al ddl del governo. Solo che, senza un testo, cosa si può mai pensare? Dubbi e incertezze che attanagliano molti, nel Pd, mentre Renzi produce annunci su annunci e la legge elettorale è a bagno maria, sempre al Senato, in attesa dello sblocco proprio della partita della riforma di palazzo Madama, che nelle intenzioni del governo, in virtù del patto con Berlusconi, dovrebbe viaggiare di pari passo. Una partita intricatissima, dunque, dove anche il Quirinale gioca la sua delicatissima parte. Non senza forti preoccupazioni.

Aggiornato dalla redazione web alle 22,00