“O facciamo le riforme o non ha senso che gente come me sia al governo”. Matteo Renzi, intervistato da Rtl 102.5, richiama i suoi. E’ il giorno della verità: quello in cui la “sua” rivoluzione del Senato approda al Consiglio dei ministri e il messaggio è chiaro: o si va avanti con le riforme, oppure l’ex sindaco di Firenze si farà da parte. Ma la corsa dell’agenda del “cambiamento” continua a trovare ostacoli. Prima le istituzioni, ora i ministri del governo. Se nelle scorse ore ci ha pensato il presidente del Senato Pietro Grasso a mettere in dubbio la necessità di trasformare Palazzo Madama, ora è la titolare del dicastero all’istruzione Stefania Giannini che frena le aspettative: “E’ un po’ inconsueto”, dice a Radio città futura, “che sia il governo a presentare un disegno di legge su questo tema. Serve che il Parlamento ne discuta per ritoccare e migliorare alcuni aspetti. Serve più riflessione”. Il ministro che nei giorni scorsi aveva già polemizzato con i colleghi, criticando gli annunci in tema di pensionamenti di Marianna Madia, attacca il modus operandi di Renzi: “Anche se non credo che il verbo ‘aspettare’ appartenga al vocabolario del presidente del Consiglio che ha fatto della rapidità, oltre che dell’efficacia, la chiave del successo di questa fase politica e su cui noi lo seguiamo, se il metodo diventa anche l’obbiettivo può rivelarsi pericoloso”. Sottolineando la necessità di “qualche momento di riflessione e maturazione in più”, il ministro ha suggerito “di non farne una questione di calendario: meglio non confondere l’irrinunciabile dibattito parlamentare con la manfrina di chi non vuole cambiare le cose”.

Il presidente del Consiglio però non è intenzionato a sentire ragioni e sfida i suoi: “Voglio proprio vedere se i parlamentari del mio partito voteranno contro. Io la faccia sulle riforme fatte a metà non ce la metto”. O con lui o contro di lui, dice il premier. Chi assicura non lo tradirà è Angelino Alfano, leader del Nuovo centrodestra: “Siamo con lui. Non faremo da sponda al conservatorismo”. L’ultimatum arriva invece da Silvio Berlusconi che chiede a Renzi di essere coerente sulle riforme e di accelerare sulla legge elettorale: “Noi rispetteremo fino in fondo”, scrive in una nota, “gli accordi che abbiamo sottoscritto e siamo pronti a discutere tutto nel dettaglio, senza accettare testi preconfezionati, ma lavorando insieme per costruire le riforme migliori per il Paese. Forza Italia ha aperto la strada delle riforme e l’Italia sarebbe già una democrazia più moderna se nel 2006 la stessa sinistra che oggi si rivolta contro Renzi non fosse riuscita con un referendum a bloccare la rivoluzione istituzionale. Meno parlamentari, fine del bicameralismo paritario, più poteri al premier e meno burocrazia erano e sono ancora oggi le nostre tavole per la modernizzazione dell’Italia. Abbiamo dimostrato la nostra serietà approvando alla Camera la legge elettorale, che ora vorremmo vedere in aula al Senato quanto prima”. Più secco Renato Brunetta, capogruppo alla Camera, che lancia il suo aut aut via Twitter: “Mi dispiace caro ministro Boschi, ma non ci stiamo più con i giochi di parole. Prima l’Italicum e poi le altre riforme. Game over”. Mentre contemporaneamente il Mattinale di FI chiede a gran voce che venga fissato un nuovo incontro Renzi-Berlusconi per parlare del patto.

Già nelle scorse ore, il sottosegretario Graziano Delrio aveva ribadito l’intenzione di andare avanti con la riforma. Il premier dice di avere dalla sua parte i cittadini che lo hanno votato alla primarie: “Penso – ha aggiunto il segretario del Pd – che quelli che si alzano la mattina per andare a lavorare non ce l’hanno con la politica, ma vorrebbero una politica diversa che avesse il coraggio di fare le cose che servono alla gente, e non alla Casta. Gli italiani – ha sottolineato – in questi venti anni hanno fatto un sacco di sacrifici, ma hanno visto crescere il debito, perché quei sacrifici non venivano fatti dai politici di Roma“. E di fronte all’eventualità che i parlamentari del Partito democratico non votino la riforma risponde: “Provo curiosità: voglio vedere se davvero non votano. I parlamentari del mio partito che non vogliono votare” il ddl costituzionale sul Senato “dovrebbero ricordare che” quella proposta “l’ho portato alle primarie” ed è stata “votata dai nostri elettori”. E che è stata vagliata “due volte dalla direzione” del Pd. “Quello che è certo”, conclude, “è che non sto a Roma perché mi sono innamorato dei palazzi: se la classe politica dice che non bisogna cambiare, faranno a meno di me e magari saranno anche più contenti. Io la faccia alle riforme a metà non ce la metto“.

Il presidente del Consiglio attacca anche il conservatorismo del leader del Movimento 5 Stelle: “Dietro l’ondata populista e anti-europea”, dice, “c’è una parte di gente che chiede risposte alla politica da vent’anni senza ottenerle. Tanti di quelli che hanno votato Grillo vorrebbero che votasse con noi l’abolizione del Senato. Ma lui non lo fa, perché ha più vantaggio ad alimentare conservatori e status quo che a cambiare. Se riusciamo a fare le riforme anche i populisti indietreggiano. E io sono ottimista, nonostante tutto”.

Parole pesanti, che arrivano all’indomani della polemica con il presidente del Senato Pietro Grasso (contrario alla riforma del Senato) e i conseguenti veleni interni al Pd. Oggi l’accelerata decisiva, prima sulle pagine del Corriere della Sera. Un piano anticipato sulle colonne del quotidiano di via Solferino. “Il Senato non vota la fiducia. Non vota le leggi di bilancio. Non è eletto. E non ha indennità: i rappresentati delle Regioni e dei Comuni sono già pagati per le loro altre funzioni”: sono queste le quattro mosse della rivoluzione renziana in atto. Un cambiamento che non è piaciuto all’ex procuratore antimafia. “Sono molto colpito da questo atteggiamento del presidente Grasso – ha detto Renzi – Io su questa riforma ho messo tutta la mia credibilità; se non va in porto, non posso che trarne le conseguenze”. Tradotto: se a Palazzo Madama il cambiamento pensato dal suo governo subirà intoppi a causa del fuoco amico dei democratici, lui potrebbe anche pensare di dimettersi. Concetto rinvigorito da un’altra considerazione del capo dell’esecutivo: “Mi colpisce che la seconda carica dello Stato, cui la Costituzione assegna un ruolo di terzietà – ha aggiunto l’ex sindaco di Firenze – intervenga su un dibattito non con una riflessione politica e culturale, ma con una sorta di avvertimento: ‘Occhio che non ci sono i numeri'”.

Atteggiamento incomprensibile per Renzi, che per spiegare la sua presa di posizione contro Grasso ha offerto anche un esempio di cosa sarebbe accaduto in passato: “Se Pera o Schifani avessero fatto così – ha continuato il premier – oggi avremmo i girotondi della sinistra contro il ruolo non più imparziale del Senato. L’elezione diretta del Senato è stata scartata dal Pd con le primarie, dalla maggioranza e da Berlusconi nell’accordo del Nazareno – ha sottolineato Renzi – Non so se Forza Italia ora abbia cambiato idea; se è così, ce lo diranno”. Un intoppo che tuttavia non rischierebbe di fermare l’azione di governo: “Rimettere dentro, 24 ore prima, l’elezione diretta dei senatori è un tentativo di bloccare questa riforma. E io domani la rilancio” ha detto Renzi. Perché sulla riforma del Senato, ha avvertito, “mi gioco tutto”: “Non solo il governo. Io mi gioco tutta la mia storia politica. Non puoi pensare di dire agli italiani: guardate, facciamo tutte le riforma di questo mondo, ma quella della politica la facciamo solo a metà”.

Renzi ha poi escluso che la riforma includa norme per rafforzare i poteri del premier, come chiesto – tra gli altri – anche da Silvio Berlusconi: “Ne ho parlato con Forza Italia. Ma non erano nell’accordo del Nazareno, e non le abbiamo messe”. Quanto alle critiche ricevute da Rodotà e Zagrebelsky, per Renzi “non è che una cosa è sbagliata se non la dice Rodotà. Si può essere in disaccordo con i professoroni o presunti tali, con i professionisti dell’appello, senza diventare anticostituzionali”. Perché “io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o Zagrebelsky”. Renzi ha aperto, invece, alla richiesta di Mario Monti, che aveva chiesto di inserire rappresentati della società civile: “La proposta di Monti è dentro il pacchetto del governo”.

E una delle sponde a Matteo Renzi è quella del leader del Nuovo centrodestra Angelino Alfano: “Per noi anche le elezioni di secondo grado non sono un tabù”, dice in un’intervista a Repubblica, “In Consiglio non faremo su questo una battaglia ideologica, nel corso del dibattito al Senato ci saranno tutti gli affinamenti necessari. E’ evidente che, per la filosofia stessa delle quattro letture, il testo non è blindato, non è evangelico, quindi si presta all’approfondimento quando approderà in aula”. E dichiara guerra al conservatorismo: “Noi non saremo sponda di alcun conservatorismo. Tanto più che – prosegue il ministro – il testo rispecchia tante istanze di Ncd”. “Cambiamo il Senato e facciamolo con raziocinio. Il Parlamento avrà tutto il tempo per fare scelte migliori. Intanto si parte e lo si fa entro marzo, come era stato stabilito Alfano ribadisce l’approvazione dell’Italicum solo dopo la riforma del Senato: “E’ razionale un percorso che preveda che la legge elettorale si approvi dopo quella del Senato”.