No. Non parleremo di doppi passi, samba e futbol bailado in questo post.

Era il 31 marzo del 1964 e i tanque del generale Castelo Branco ponevano fine al governo di Joao Goulart, fiaccato dalla stagnazione economica e dalle manovre della Cia. In Brasile aveva inizio la dittatura più longeva dell’America Latina. 21 anni e 5 esecutivi militari cambiarono per sempre la storia del paese e aprirono la via a Pinochet e Videla. Il potere indossò la divisa e si mise a controllare la vita di tutti, il dissenso represso duramente. Il calcio divenne strumento di propaganda e finì per coprire torture e ingiustizie sociali.

Allora la Selecao aveva appena vinto i primi mondiali della sua storia: in Svezia nel 1958 e in Cile quattro anni dopo. Una doppietta riuscita solo all’Italia in era fascista. Dopo la fallimentare campagna inglese del 1966 il regime iniziò a occuparsi in modo stabile di pallone. A capo della federcalcio c’era Joao Havelange, uomo per tutte le stagioni, anche le più tristi. A Città del Messico il 21 giugno del 1970 il Brasile annientò, con merito, l’Italia di Valcareggi sotto i colpi di Pelè e Jairzinho. Felicità negata a Joao Saldanha allontanato a pochi giorni dal via per fare posto a Mario Zagallo. Il motivo dichiarato fu la mancata convocazione di Dario dell’Atletico Mineiro, il motivo supposto le simpatie comuniste dell’allenatore-giornalista. Il trionfo fu usato a fini nazionalisti per esaltare la superiorità brasiliana, come avrebbero fatto i massacratori argentini otto anni dopo a Buenos Aires.

Il regime, appreso l’esempio italiano e quello tedesco degli anni 30, aveva capito i meccanismi che portano al consenso attraverso il calcio. Ma anche la sua pericolosità: il grande Pelè, come Socrates e il pilota Ayrton Senna furono spiati per anni da funzionari del governo. O Rei, tutto tranne che un rivoluzionario, era sospettato di aver avuto contatti con dei prigionieri politici.

Chi invece dimostrava simpatie di sinistra era perseguitato. Nando, fratello di Zico, fu costretto a abbandonare il calcio a 26 anni come racconta il giornalista spagnolo Quique Peinado nel suo libro Calciatori di sinistra, da poco pubblicato in Italia da Isbn. Per colpa delle sue idee il talentuoso parente era stato estromesso dalla nazionale. Lui si fece da parte e Zico divenne Zico.

Reinaldo, centravanti dell’Atletico Mineiro e della Selecao, esultava a pugno chiuso anni prima di Socrates. Un giorno il presidente Geisel scese negli spogliatoi per dirgli che era il caso di piantarla e lui perse la nazionale.

Ancora più clamoroso è il caso di Afonsinho che ottenne lo svincolo dal Botafogo che lo aveva messo fuori squadra per la sua militanza comunista e per la barba lunga. Lui non la tagliò, vinse la causa e si meritò la qualifica di “unico uomo libero nel mondo del calcio”. Parola di Pelè.

L’esempio più lucente arriva da San Paolo, sul tramonto dell’era dei militari. Dal 1982 al 1984 Socrates, Wladimir, Casagrande e gli altri giocatori del Corinthias diedero vita al più incredibile esperimento di autogestione nella storia del pallone. Sorgeva la democrazia corinthiana. Nel club tutte le scelte erano prese a maggioranza, dalla formazione alle interviste, fino al ritiro prepartita. Un gran casino per alcuni, ma con quell’assemblearismo il Timao conquistò due titoli paulisti consecutivi. I giocatori usavano la maglietta come un tazebao per chiedere democrazia. Il sogno si spense dopo tre anni quando Socrates, marxista in campo e fuori, decise che non ne poteva più del regime. Un anno dopo i militari si fecero da parte. Difficile dire quale sia stato il contributo dei bianconeri, difficile negare che ci sia stato un contributo.

Ora che il Brasile si prepara a ospitare i Mondiali gli spettri di quel passato tornano a fare spavento. Migliaia di firme chiedono la cacciata del numero uno della Federcalcio Josè Maria Martin. Il volto istituzionale della Coppa del Mondo in Brasile è accusato di aver ordinato l’uccisione del giornalista Vladimir Herzog nel 1975. Contro di lui si è schierato un altro mito del calcio carioca, Romario, ora deputato socialista. “Un assassino non può rappresentarci” ha detto. Per cicatrizzare le ferite di un ventennio il Brasile si è affidato alla pace dei tribunali. Ma non per tutti amnistia vuol dire amnesia.