Ho avuto, su questo blog, più volte occasione di criticare il regime autoritario instaurato da Vladimir Putin in Russia, che non soddisfa determinati requisiti di effettiva democrazia. Ma tale critica, da estendere anche a molti Stati sedicenti democratici dell’Occidente, non consente di passare sotto silenzio e sottovalutare l’operazione destabilizzatrice e foriera di gravissime tensioni internazionali avviata  con il rovesciamento del governo Yanukovitch da parte della cosiddetta rivolta di Piazza Maidan.

Anche qui occorre ovviamente distinguere e approfondire il discorso. Probabilmente alla base della presenza di migliaia di persone in quella Piazza e dei conseguenti scontri con le forze di sicurezza ucraine, c’era un malcontento basato su ragioni reali, legate da un lato alla crisi e dall’altro alla corruzione del governo Yanukovitch. Eppure, altrettanto reale è la circostanza che, sulla base di una storica controversia che oppone l’Est all’Ovest dell’Ucraina, un ruolo determinante sia stato svolto in quelle vicende da gruppi fascisti come Pravij Sektor e Svoboda, la cui immagine è legata alla peggiore memoria storica dell’intera regione. Gruppi che hanno poi assunto un ruolo determinante nel nuovo governo e nelle sue forze armate e di polizia.

Il putsch contro Yanukovitch, insomma, ha profondamente alterato la situazione preesistente, determinando l’entrata in crisi irreversibile di un delicato equilibrio, che ha retto per alcuni anni, fra le diverse componenti politiche, culturali e sociali di un Paese composito come l’Ucraina, che si colloca per giunta sulla linea di divisione fra Est ed Ovest, fra Russia e Nato. La nuova situazione che si è in tal modo determinata, con la responsabilità di attori internazionali come l’Unione europea che, come ho già avuto modo di rilevare, si sono comportati nella fattispecie in modo superficiale e irresponsabile, sta producendo una serie di contraccolpi sul terreno delle relazioni internazionali e della situazione interna.

La Corte internazionale di giustizia, massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite e istituzione cui è affidato per antonomasia il compito di interpretare il diritto internazionale, ha avuto modo in tempi relativamente recenti di pronunciarsi sulla portata del principio di autodeterminazione dei popoli. Nel parere reso il 22 luglio 2010 sulla conformità al diritto internazionale della Dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, la Corte è tornata sulla questione, affermando tra le altre cose che la prassi internazionale non consente di affermare l’esistenza di una norma internazionale che proibisca le dichiarazioni di indipendenza anche al di fuori dei casi dei territori non autonomi e dei popoli soggetti a dominazione straniera (punto 79) e che il principio di integrità territoriale degli Stati esplica degli effetti esclusivamente nella sfera delle relazioni esistenti fra gli Stati (punto 80).Questo discorso, volto a valorizzare l’importanza di un pronunciamento democraticamente espresso con il quale una popolazione decide al propria sorte, può riferirsi anche alla scelta di entrare a far parte di un altro ordinamento, dato che l’autodeterminazione dei popoli può esercitarsi sia dando vita a un nuovo Stato che entrando a far parte di uno esistente.

Dovendo prendere in considerazione la legittimità internazionale del referendum in Crimea, occorrerebbe quindi stabilire se tale referendum sia stato imposto in seguito a un intervento militare di un Paese terzo (nella fattispecie la Russia), ovvero se risponda prevalentemente a istanze autonome e originali della popolazione della penisola. Ritengo che la seconda risposta sia quella più giusta e che tutti siano tenuti a rispettare il voto liberamente espresso a larghissima maggioranza da tale popolazione e la cui conformità agli standard internazionali è stata certificata dalla presenza di settanta osservatori internazionali. Tanto più che il rovesciamento di Yanukovitch è avvenuto sulla base di una situazione di fatto al di fuori dei canali costituzionalmente previsti determinando come detto la crisi degli equilibri precedentemente raggiunti e la legittimità della risposta popolare della Crimea. La quale fra l’altro faceva storicamente parte della Russia e fu ceduta all’Ucraina nel contesto oramai superato dell’Unione Sovietica.

Sono quindi del tutto pretestuose e infondate le pretese di Usa ed Unione europea di ritenere illegittimo il referendum della Crimea. L’Italia deve dissociarsi da eventuali sanzioni nei confronti della Russia che sarebbero prive di ogni fondamento giuridico e contribuirebbero solo ad aggravare la situazione da ogni punto di vista mettendo a repentaglio essenziali forniture energetiche e proficui rapporti di cooperazione economica.

La questione ucraina non finisce certamente qui. Esistono infatti tensioni molto forti anche in altre parti del Paese, specialmente nelle zone orientali e il pericolo di una guerra civile, con possibile intervento di forze esterne, è molto alto. Il rispetto, da parte di tutti, del pronunciamento democratico della Crimea deve costituire quindi la premessa per un riassetto del Paese che consenta di mantenerne per quanto possibile l’integrità territoriale e di allontanare lo spettro di un conflitto interno con possibili, estremamente inquietanti, implicazioni di ordine internazionale che hanno spinto qualcuno perfino ad evocare lo spettro di una terza guerra mondiale.  Morire per Kiev? No grazie!