Claudio Scajola “era inconsapevole” che Diego Anemone “avesse concordato con le sorelle Papa, proprietarie dell’immobile vicino al Colosseo, le modalità dell’ulteriore pagamento”. È per questo che l’ex ministro è stato assolto lo scorso 27 gennaio per l’affaire della casa con vista sull’Anfiteatro Flavio.

Di conseguenza, scrive il giudice di Roma Eleonora Santolini nelle motivazioni del verdetto di assoluzione dall’accusa di finanziamento illecito e di proscioglimento, per intervenuta prescrizione, dello stesso Anemone, “non si è trovato nelle condizioni di conoscere il maggior prezzo d’acquisto” dell’appartamento con vista sul Colosseo, in via Fagutale.

Nelle 40 pagine di motivazione, il giudice, parlando del caso dell’immobile di 210 metri quadri di proprietà delle sorelle Papa pagato da Scajola 600mila euro, ma di fatto costato 1,7 milioni di euro, afferma che l’allora ministro dello Sviluppo Economico era convinto di spendere poco più di 600mila euro. Non a caso – si legge nel provvedimento – al “momento della consegna” della parte eccedente la somma versata da Scajola alle alle sorelle Papa, da parte dell’architetto Angelo Zampolini, uomo di fiducia di Anemone, “Scajola era assente”.

Per l’ex parlamentare di Forza Italia non ci fu dolo, ma per l’imprenditore sì anche se è passato troppo tempo e il reato è prescritto. La storia della casa acquistata “a sua insaputa” era diventata una barzelletta, ma aveva costretto l’ex parlamentare a lasciare il Viminale nel maggio del 2010. Il magistrato riconosce quell’incosapevolezza a Scajola; la Procura aveva chiesto tre anni.  

“Ho sempre detto la verità. Questo processo non doveva neanche cominciare perché era tutto prescritto: la decisione del giudice di assolvermi assume ancora maggior valore” aveva detto Scajola subito dopo la lettura della sentenza. 

Nella motivazione si legge che “nella delicata e compromettente fase negoziale Scajola non era presente. Deve osservarsi come dall’esame del complesso testimoniale discusso in aula sia possibile desumere un’estraneità di Scajola in questa vicenda sotto il profilo squisitamente soggettivo“. Lo stesso giudice aggiunge poi che proprio Scajola appare credibile quando durante la sua deposizione spiega di non aver avuto alcuna ragione per parlare con altri del prezzo dell’immobile “dal momento che il suo unico referente, in ordine all’acquisto del bene, era Angelo Balducci, persona vicina al Vaticano e conosciuta già dal 2000, che si era fatto carico di aiutarlo per la ricerca della casa a un prezzo di circa 600-700mila euro e poi in un secondo momento lo aveva di nuovo avvisato dell’opzione sull’immobile di via del Fagutale da parte del coimputato Anemone”.

Sui motivi per i quali l’imprenditore Anemone versi un milione e centomila euro alle sorelle Papa per l’acquisto dell’immobile vicino al Colosseo “senza che il beneficiario di siffatta elargizione ne sapesse alcunché”, il giudice Santolini ritiene: “Non è inverosimile ipotizzare che Balducci, una volta avuta richiesta da Scajola di aiutarlo a trovare un’abitazione, possa aver pensato, unitamente ad Anemone, di sfruttare positivamente quella situazione, in vista di eventuali richieste di favori da avanzare all’allora ministro. Sicché, appare verosimile che i predetti personaggi, nella previsione di un netto rifiuto di Scajola a fronte di un’offerta di aiuto economico di quella portata, si siano determinati a versare il maggior prezzo di acquisto senza che Scajola ne fosse a conoscenza, ben consapevoli di porlo, a quel punto, di fronte a un fatto compiuto e, conseguentemente, in una situazione di sudditanza psicologica e di condizionamento, a causa delle evidenti implicazioni negative che si sarebbero abbattute sull’allora ministro nel caso in cui la notizia fosse diventata di dominio pubblico”.