La seconda serata del Festival di Sanremo fila via liscia come l’olio. Forse addirittura troppo. Per farci canticchiare una canzone, in una edizione con pochi pezzi che ricorderemo, devono arrivare le gemelle Kessler. Dove non arriva la gara, mettono una toppa gli ospiti. L’omaggio a Franca Valeri, di nuovo nei panni della sua Sora Cecioni, è ovviamente più che meritato e lei si diverte, gioca con la Littizzetto, dimostra una vitalità che fa onore ai suoi 93 anni. L’altro momento topico della serata lo regala Rufus Wainwright, la cui presenza all’Ariston aveva provocato le proteste di PapaBoys e Militia Christi, che lo avevano accusato di blasfemia e propaganda gay (sic!). La sua versione di Across the Universe dei Beatles emoziona platea e sala stampa. Per i palati meno raffinati, il tributo a Claudio Baglioni, superospite italiano, omaggiato da una standing ovation. A mezzanotte inoltrata comincia la gara delle Nuove proposte. Pezzi interessanti, più di quelli dei big, onestamente. Passano il turno Diodato (ragazzo da tenere d’occhio) e Zibba, con un reggae romantico che ti entra in testa. Stasera si ricomincia, con tutti e 14 i big a cantare il pezzo che ha passato il turno e la seconda semifinale dei giovani. Ospiti sul palco Renzo Arbore, Luca Parmitano e soprattutto Damien Rice, pronto a incantare il pubblico (almeno quello dotato di buongusto musicale).

LE PAGELLE DI SILVIA TRUZZI
Fabio Fazio – 5: Almeno la prima sera poteva scattare la solidarietà per l’incidente iniziale. Nella seconda resta solo una valanga di retorica, somministrata in dosi omeopatiche. Lo sdoganamento della cellulite politicamente corretta non si può sentire. E nemmeno l’enjoy your life diretto a Rufus. Lanciamo una campagna su change.org, salvateci dalla bontà.

Luciana Littizzetto – 6: Praticamente tiene su la baracca da sola.

Francesco Renga – 5/6: Non canta bene, ma è decisamente disinvolto. Fin troppo. Già sicuro della vittoria? Passa la canzone-vendetta, sull’amore extraconiugale: “Stiamo solo facendo sesso”. Ha due catene ai polsi, può darsi che abbiano un significato: possiamo anche non saperlo.

Giuliano Palma – 6: Vivace, ma non convince. “Così lontano” l’ha scritta Nina Zilli, e non si vede mica tanto. La seconda assomiglia assai a You can’t hurry love delle Supreme.

Noemi – 5: Con le tempie rasate, la chioma rossa, un vestito da cartone animato (per essere gentili) ricorda un po’ Fiona di Shrek. Le canzoni non sono niente di che, ma rischia di vincere. Denuncia penale per il consulente d’immagine.

Renzo Rubino – 7: Chansonnier originale, emoziona la platea. E’ giovane, ma per davvero: ventenne, nel paese in cui ti dicono giovane fino a quarant’anni. Passa Ora

Ron – 5: Sta sul palco come se stesse passeggiando. Il mestiere si vede, ma basta? Un po’ di innovazione non guasterebbe, ma è chiedere troppo. Sala stampa e televoto scelgono il folk di Sing in the rain

Riccardo Sinigallia – 5,5: Non è che entusiasmi le folle. Canta tardissimo, ma non è solo questo. E’ che assomiglia troppo alla vita precedente con i Tiromancino.

Francesco Sarcina – 4/5: Anche per lui l’eco delle Vibrazioni è piuttosto evidente. E anche per lui vale l’effetto “E’ notte alta e sono sveglio”. L’esecuzione è buona, ma le canzoni sono davvero poca cosa. Qualcuno che gli vuole bene avrebbe dovuto impedirgli di salire sul palco con due anelli alle orecchie. E’ Sanremo, non Pirati dei Caraibi.

LE PAGELLE DI DOMENICO NASO
Fabio Fazio – 5,5: Solo il Maestro Manzi poteva rendere ancora più bonario e dolciastro Fabio Fazio. Ma la serata scorre liscia, forse addirittura troppo, e lui si limita a fare il bravo conduttore, rassicurante fino alla narcolessia. Lo scorso anno il Festival aveva decisamente un altro ritmo.

Luciana Littizzetto – 7: Anche ieri sera ha caricato su di sé la responsabilità di evitare l’abbiocco agli spettatori. Ci riesce ancora, perché magari il personaggio è sempre quello, ma le riesce bene. Meno male che Luci c’è.

Francesco Renga – 6,5: Forse nessuno, negli ultimi anni, ha incarnato meglio il ruolo del cantante sanremese. Renga piace al pubblico del Festival. Lui lo sa, e gigioneggia un po’. Nel pezzo che passa il turno (“Vivendo adesso”) si sente la mano di Elisa, ma lui non è sembrato molto in forma. Uno dei favoriti. Forse il favorito.

Giuliano Palma – 5: Brano firmato Nina Zilli e si sente. Forse troppo. Fa il suo. Senza infamia e senza lode, nel solco della sua carriera. Nel secondo pezzo (“Un bacio crudele”) c’è un pizzico di You can’t hurry love e un altro di Para no verte mas. Il risultato è quello che è.

Noemi – 6: Vestito inguardabile, ma tant’è. Le sue canzoni le riconosci subito, al primo ascolto. Il problema, però, è capire se ha ormai un suo preciso stile (e sarebbe un bene) o se è diventata prevedibile (e sarebbe un male). Poteva fare di meglio, ma si giocherà una posizione di prestigio nella classifica finale.

Franca Valeri – 10: Un monumento. Tempi comici ancora impeccabili. E anche noi abbiamo faticato con lei durante lo sketch. Fatica tutta fisica, perché la sua mente non ha mai perso un colpo. Bell’omaggio, meritato, nell’edizione dei sessant’anni della tv.

Renzo Rubino – 8: Il migliore della serata (e dell’intero Festival). Due belle canzoni, molto diverse tra loro. Passa il turno “Ora”, più radiofonica e orecchiabile, ma “Per sempre e poi basta” è un gioiello. Lungo applauso, meritato, dalla platea solitamente pigra dell’Ariston. Renzo Rubino è una delle poche cose davvero interessanti della musica italiana degli ultimi anni. O almeno della musica prodotta dalle major e che arriva fino a noi con maggiore facilità. Se non si perde per strada (e perché dovrebbe?), ci darà ancora molte soddisfazioni.

Ron – 5,5: Propone due brani diversissimi tra loro. Il primo è in pieno stile Cellamare, e per questo almeno è credibile. Il secondo, che incredibilmente passa il turno, è un pezzo folk che farebbe la sua porca figura in America. Non qui, ecco.

Claudio Baglioni – 6 (alla longevità): Sgrana, uno dopo l’altro, cinque pezzi del suo Rosario: Questo piccolo grande amore, E tu, Strada facendo, Avrai, Mille giorni di te e di me. Ed è subito momento falò. Persino la sala stampa si scatena, l’Ariston si alza in piedi. Ce lo meriteremmo davvero, il default.

Riccardo Sinigallia – 5,5: Sinigallia sarà pure bravo, e lo è, ma evidentemente il problema è mio che sono un po’ troppo pop. E’ un bravo autore e lo ha dimostrato negli anni, ma poi boh, manca sempre qualcosa.

Francesco Sarcina – 5: Vi mancavano le Vibrazioni? No? Pazienza, perché Francesco Sarcina è tornato comunque. Lo stile è quello di un tempo, e onestamente anche le canzoni. Ed è subito “immensamente Giulia”.

Rufus Wainwright – 9: Quando c’è il talento, non c’è PapaBoy che tenga. Wainwright ha portato a Sanremo un’eleganza musicale e interpretativa che sul palco dell’Ariston non è così frequente. Bella la sua canzone, bellissima Across the Universe dei Beatles. Bello lui, quando parla delle sue esperienze, quando dice gay. A Sanremo. Che non fa notizia, per carità, ma dalle nostre parti assume sempre un significato particolare. Nuove proposte

Diodato – 8: Bella voce, bella canzone, bella presenza scenica. Diodato è un nome da tenere d’occhio, a prescindere dalla gara sanremese. Non perdiamolo di vista e non sprechiamolo.

Filippo Graziani – 7: Essere figlio di Ivan Graziani non aiuta, perché fare i conti con l’eredità musicale del padre è impresa ardua. Ma la canzone non è affatto male e lui ha il piglio giusto per farsi largo.

Bianca – 5: “Si sta come le foglie sugli alberi a novembre”. Ecco, diciamo che “Saprai” non ha nell’originalità il suo punto di forza. E onestamente non regge il confronto con le canzoni di Diodato, Zibba e Graziani.

Zibba – 7,5: Lo vedi corpulento, barbuto, rasato, e ti sembra un burberone cattivo. Invece Zibba canta una canzone dolcissima ma non banale, racconta un amore contemporaneo e appassionato. E “Senza di te” ti entra in testa e non se ne va più. Che non guasta.

di Domenico Naso e Silvia Truzzi