Lavoravo alla Fiat, ero un pezzo grosso. Viaggiavo spessissimo. Poi un giorno, su un Boeing 747, ho cominciato ad ansimare, un terrore impossibile da descrivere. Mi sono aggrappato alla hostess dicendole con voce strozzata: “Muoio”. Dopo quell’episodio F. si è dovuto fermare. Tornare al suo posto era impossibile, “non riuscivo più neanche ad attraversare la strada, era come se un diagramma mi separasse dal mondo”. Poi le dimissioni, le cure per una diagnosi di depressione, un altro lavoro e un’altra vita.

C., invece, era una promessa del calcio, giocava in serie B. Fino a quando arrivò la notizia che un talent scout del Milan sarebbe venuto a vedere la partita. “Crollai e fui sostituito, smisi di giocare. Per anni ho sofferto di gravi sintomi, mi sembrava che la mia vita fosse finita. Più tardi ho capito, grazie a uno psicoanalista, che avevo paura della libertà di scelta. Oggi vivo in campagna con mia moglie, sono un’altra persona”.

Ancora oggi, sia F. che C., che pure si definiscono “più felici di prima”, non osano dire il loro vero nome, per il timore di essere additati come persone disturbate, malate, mal funzionanti. Eppure, come ha scritto Tahar Ben Jelloun in L’albergo dei poveri, “la depressione colpisce a caso: si tratta di una malattia, non di uno stato d’animo”. Di più, è una “malattia democratica”, per ricordare l’espressione di un grande depresso come Montanelli, trasversale al ceto sociale, nonostante la crisi l’abbia resa più insostenibile, trasversale al genere (anche i numeri sono a svantaggio delle donne: sia per la maggiore pressione sociale subita sia, però, per la maggiore facilità ad ammettere il malessere).

La malattia “democratica”
Il disagio psichico, allora, è piuttosto qualcosa che ci accomuna: secondo una recente ricerca della Società Italiana di Psichiatria, sono circa diciassette milioni gli italiani con problemi di salute mentale: disturbi d’ansia, depressione, insonnia, disturbo post traumatico da stress. Problemi ai quali, come ha denunciato più volte lo stesso presidente della Sip Claudio Mencacci, non corrisponde un’offerta di cure adatte, visto che solo l’8-16% incontra professionista, e solo il 2-9% ha un trattamento adeguato, fatto di psicoterapia e farmaci. Quelli giusti, però. Perché l’altro tema che la questione della sofferenza mentale porta con sé è il grande abuso di psicofarmaci, cui gli italiani fanno sempre più ricorso: benzodiazepine, ansiolitici e ipnotici, ma anche antidepressivi, il cui uso, nell’anno in cui il Prozac compie 25 anni, è quadruplicato in dieci anni, secondo i dati del Rapporto Osservasalute 2012.

Per maggiore consapevolezza, certo, ma anche a causa di prescrizioni troppo disinvolte (talvolta persino agli adolescenti, come ha segnalato un’allarmante indagine dell’Università di Torino), magari del medico di base. E poi c’è, anche, la difficoltà a trovare lo psichiatra o il terapeuta giusto. Chi si rivolge al privato, ad esempio, si trova di fronte a un professionista – in Italia ci sono circa 40.000 psicoterapeuti, e quasi altrettanti psicologi “semplici” – che di fatto viene monitorato, quando ciò accade, solo dai supervisori della scuola di appartenenza (circa 340 in Italia). 

Tanta sofferenza e cure fai da te 
E non sempre il primo esperto trovato è quello giusto, come testimonia la vicenda di Sara, quarant’anni e due figli piccoli. Reduce da un lungo trattamento psicoanalitico fallito, dopo il quale le è stata imposta una cura di antidepressivi sbagliata per un disturbo bipolare, ha affrontato un angosciante calvario, dal quale è uscita trovando il coraggio di cambiare specialista. “Gli errori sanitari esistono anche in questo ambito”, dice. “Ma questo non vuole dire che non sia fondamentale chiedere aiuto, anzi”. Anche per Francesca, giovanissima musicista, uscire dalla sofferenza è stato “un percorso fatto di tentativi ed errori”. Lei, un talento in crescita, racconta del momento in cui tutto si è bloccato. “La cosa peggiore è sentirsi incompresa, emarginata: nel mondo dello spettacolo devi avere un’immagine invincibile. Mi ha aiutato un medico illuminato”. 

L’ultimo capitolo riguarda il rapporto tra la crisi e la salute mentale dei cittadini. Perché se il tema della sofferenza psichica  è dimenticato dal dibattito pubblico (salvo essere riportatoin vita da casi drammatici come quello dell’uccisione a Bari della psichiatra Paola Labriola), tg e giornali da mesi raccontano la cronaca di suicidi e omicidi in maniera spesso distorta. Etichettando come suicidi da crisi tutte le morti di persone in difficoltà economica (o, viceversa, dimenticando che ci sono condizioni ambientali e sociali insostenibili, come nel caso di immigrati o carcerati). Che esista un rapporto diretto tra disoccupazione e tagli allo stato sociale e aumento del rischio di depressione, comportamenti a rischio e suicidi è ormai assodato, come mostra ad esempio l’ultimo rapporto dell’Oms Europa sulle diseguaglianze (esemplare il caso Grecia, che prima della crisi aveva il tasso di suicidi più basso d’Europa, 3 ogni 100.000 abitanti).

La patologia e la crisi
“Uno stato che taglia su tutto”, sottolinea la psicoanalista Marta Tibaldi, “è simile a un genitore che perseguita invece di prendersi cura, e può riattivare vissuti traumatici infantili o aggravare modalità già fragili di rapporto con il mondo esterno”. Ma se è vero, come racconta il libro di Elena Marisol Brandolini, Morire di non lavoro (Ediesse), che la disoccupazione può uccidere, difficilmente potremo sapere cosa davvero ha spinto le circa quattromila persone che, nel 2013, in Italia, si sono tolte la vita (con casi particolarmente strazianti, come quelli dei coniugi di Civitanova Marche). Che sia un vissuto dell’infanzia o un licenziamento, di sicuro chi si uccide, come ha scritto Forster Wallace in Infinite Jest, non lo fa per motivi astratti o “perché la morte comincia a sembrare attraente”, ma nello stesso modo in cui “una persona intrappolata si butterebbe da un palazzo in fiamme”. Ed è questo che andrebbe tenuto presente. Insieme all’altro, fondamentale messaggio: che dalla depressione, e dalla sofferenza mentale, si può uscire, anzi guarire. La strada è sempre la stessa, ieri come oggi: accettare di star male e chiedere aiuto. Per trasformare l’assoluto cieco del dolore comprendendo le ragioni – antiche e nuove, biologiche, emotive e sociali – che lo hanno generato. 

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 13 gennaio 2014