Nel 2011 una notevole partecipazione popolare, dapprima alle primarie e poi alle urne municipali, elesse sindaco un outsider di sinistra, l’avvocato Pisapia, alla guida di una coalizione in cui il Pd possedeva la quota di maggioranza. Al vincitore era andato il 48% dei voti, il quale ebbe il 52% nel ballottaggio; ma l’evento era stato caratterizzato da altri cinque voti. Avevamo infatti votato anche per 5 referendum consultivi di indirizzo, tutti legati all’ambiente e a un disegno organico di città sostenibile. I risultati del voto, un’espressione libera e poco condizionata dai partiti impegnati nella sfida per il primato cittadino, furono sorprendenti.

Il primo riguardava la riduzione di traffico e smog attraverso il potenziamento dei mezzi pubblici, l’estensione di ‘ecopass’ e la pedonalizzazione del centro. Fu approvato dal 79% dei votanti.

Il secondo chiedeva di raddoppiare gli alberi e il verde pubblico e ridurre il consumo di suolo. Approvato con il 96% dei voti, una percentuale bulgara che doppiava i voti del sindaco eletto.

Il terzo chiedeva di conservare il futuro parco agro-alimentare dell’area EXPO: approvato con il 96%.

Il quarto chiedeva provvedimenti concreti per il risparmio energetico e la riduzione di gas serra, come la conversione di tutti gli impianti di riscaldamento a gasolio degli edifici comunali e domestici, il teleriscaldamento e la rottamazione energetica, con date precise (2012 e 2015). Ebbe il 95% di consensi.

Il quinto chiedeva la riapertura dei Navigli, e il 94% dei milanesi disse sì.

Giuliano Pisapia vota alle primarie del centrosinistra

I referendum stabilivano l’agenda del nuovo sindaco, indirizzandone un’ampia gamma di azioni politiche, tutte di valenza comunale. Qualunque fosse il colore dell’eletto tra i candidati in gioco. Ciò che bisognava fare era chiaro a una larghissima maggioranza di milanesi, mentre chi lo dovesse fare era meno chiaro e, forse, meno importante. L’agenda aveva un consenso pressoché unanime e individuava indirizzi assai precisi. E ben precisati nei quesiti stessi con una meticolosità del tutto milanese.

Il dibattito sulle nuove elezioni dovrebbe prima di tutto chiarire alla gente quanto e come degli indirizzi di questa agenda sia stato realizzato. E indicare che cosa non sia stato perseguito, come mai e perché; e perché, talora, non sia stato neppure impostato o sia stato totalmente eluso. Un esercizio minimo per una città che da sempre si pone a baluardo della democrazia e si atteggia compiaciuta a capitale morale del nostro paese.

Soltanto rispondendo a queste domande la gente crederà ancora alla democrazia. È un dovere della maggioranza votata in solido con questa agenda, ma non soltanto della maggioranza. Anche l’opposizione dovrebbe indicare le strade con cui perseguire in futuro quanto eluso finora di questi indirizzi, che furono consolidati dal voto popolare, senza che finora un’analoga espressione ne abbia modificato l’urgenza e la necessità.

C’è una canzone di Giorgio Gaber tuttora viva nella memoria della mia generazione. Il testo traduceva in poesia un valore inconfutabile, assieme individuale e collettivo: «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione; la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione». Se si distrugge qualsiasi ragione, momento ed esito della partecipazione, si distrugge a poco a poco la democrazia. E la risposta al quesito «A Milano serve ancora votare?» potrebbe tristemente diventare un secco: «Anche no».

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