In un articolo di Lidia Giannotti scritto per PeaceLink trovate i link che rinviano all’elenco di coloro che votarono alla Camera e al Senato a favore della cosiddetta legge Salva-Ilva del dicembre 2012

Come si può notare non vi furono “voti ribelli” nel Pd. Nessuno del Pd votò contro, nessuno si astenne. Gli unici voti ribelli nel Pd furono quelli dei radicali (come ad es. la Zamparutti o Turco) che formalmente facevano parte del gruppo parlamentare Pd. Inoltre un piccolo gruppo di parlamentari del Partito Democratico non partecipò al voto smarcandosi, in tal modo, dalla linea del Pd. Fra questi Della Seta, Bratti e Zampa, con cui PeaceLink erava in contatto per la campagna sul benzo(a)pirene

Complessivamente si è affermata nel Pd una obbedienza in stile Partito Comunista nordcoreano su questioni che attengono alla salute dei cittadini, per cui la linea scelta, per riprendere le parole di Lidia Giannotti, sembra essere quella di continuare a produrre “ad ogni costo”, mentre logica e umanità vorrebbe che fossero le persone a dover essere protette “ad ogni costo”.

Qualcuno del Pd potrebbe obiettare che quanto si sta facendo è stato tuttavia consentito dalla sentenza della Corte Costituzionale sulla prima legge Salva-Ilva e che se non è stato bocciato allora l’operato del governo allora quello che si fa oggi è di conseguenza lecito.
Non è così.
La Corte Costituzionale ritenne infatti di dare un parere di costituzionalità a condizione che l’Aia venisse applicata scrupolosamente e integralmente. L’Aia è l’autorizzazione integrata ambientale che, come è noto, l’Ilva non sta rispettando. Quindi la Corte Costituzionale – per quanto la sentenza abbia fatto discutere – non salvava l’Ilva sollevandola dalle sue responsabilità ma la gravava di nuove responsabilità, come si evince da questo passaggio della sentenza della Corte: “I motivi di tale aggravamento di responsabilità si possono rinvenire nell’esigenza di prevedere una reazione adeguata delle autorità preposte alla vigilanza ed ai controlli rispetto alle eventuali violazioni in itinere delle prescrizioni Aia da parte di una impresa, già responsabile di gravi irregolarità, cui è stata concessa la prosecuzione dell’attività produttiva e commerciale a condizione che la stessa si adegui scrupolosamente alle suddette prescrizioni”. La Corte Costituzionale condizionava cioè il parere di costituzionalità all’applicazione scrupolosa dell’Aia e richiamava l’attenzione sul fatto che la magistratura può intervenire nel caso la non applicazione dell’Aia possa generare situazioni di pericolo. Si legge nella sentenza della Corte: “La deviazione da tale percorso, non dovuta a cause di forza maggiore, implica l’insorgenza di precise responsabilità penali, civili e amministrative, che le autorità competenti sono chiamate a far valere secondo le procedure ordinarie“. 
    
Quindi, chiarita la natura dell’Aia riesaminata, che è atto amministrativo e che  “tale rimane … anche secondo la disciplina dettata per l’Ilva di Taranto” (Corte Cost. sent. 85/2013, punto 10.3, pag. 60), i giudici della Corte Costituzionale hanno affermato (punto 10.1, pag. 59): “Il richiamo operato in generale dalla legge [all’AIA riesaminata, n.d.r.]  ha il valore di costante condizionamento della prosecuzione dell’attività produttiva alla puntuale osservanza delle prescrizioni contenute nel provvedimento autorizzatorio, che costituisce l’esito della confluenza di plurimi contributi tecnici ed amministrativi in un unico procedimento, nel quale, in conformità alla direttiva n. 2008/1/CE, devono trovare simultanea applicazione i princìpi di prevenzione, precauzione, correzione alla fonte, informazione e partecipazione, che caratterizzano l’intero sistema normativo ambientale”. 

Perché richiamiamo questi passaggi della Corte Costituzionale?

Perché l’ultimo provvedimento Salva Ilva (parliamo della conversione in legge non ancora avvenuta del decreto sulla Terra dei fuochi e sull’Ilva) dichiarerà che l’Ilva è a norma anche se l’Aia non viene applicata per intero e anche se non viene rispettato il cronoprogramma. Per il subcommissario Ilva Edo Ronchi basta che siano fatte settanta prescrizioni su cento per essere a norma. Che trenta importanti prescrizioni rimangano inattuate, non fa nulla, si chiude un occhio. Come a dire: che volete, non pretendete troppo da noi, anche noi non ce la facciamo a fare quello che non ha fatto Riva, apprezzate almento la buona volontà, non ci sono i soldi per fare tutto quello che si dovrebbe fare. 

Ossia l’ultimo provvedimento consente di fare proprio ciò che la Corte Costituzionale si era raccomandata di non fare.

Siamo all’Aia all’italiana, realizzata solo in parte, come a dire che le auto italiane sono autorizzate a circolare con le gomme lisce e senza le luci posteriori funzionanti. Una cosa che la Commissione Europea ritiene abnorme e assurda, tanto da aver aperto una procedura di infrazione. Procedura che qualche europarlamentare chiede che vada accelerata al massimo.
Ma siamo anche fuori dal binario fissato dalla Corte Costituzionale.
Il nuovo provvedimento per l’Ilva è – va ribadito – uno strappo alle raccomandazioni della Corte Costituzionale che non forniva un disco verde senza condizioni.
Ciò nonostante l’on. Michele Pelillo, parlamentare tarantino del Pd, ha dichiarato con soddisfazione: “Non sembra vero, ma quello che non è stato fatto in cinquant’anni sta accadendo in questi mesi – e in questi giorni in particolare”. 
      
Adesso ci sono le condizioni perché a difendere i tarantini scenda di nuovo in campo la magistratura.