Più flessibilità, meno tasse verso il fisco italiano. A cambiare, per l’Italia, non è solo il logo. “Tante cose cambieranno per l’Italia. E tanto muterà anche per il Regno Unito: sarà sicuramente un successo per il nostro cancelliere dello scacchiere, George Osborne, che sta facendo di tutto per portare aziende straniere in Gran Bretagna”. A dirlo è Gareth Myles, direttore del Tax administration research centre dell’Università di Exeter. In pratica, uno dei massimi esperti britannici in tassazione internazionale, laurea a Oxford e master alla London School of Economics.

“È assai improbabile, come dice la Fiat, che nulla cambi – continua Myles  – con sede legale in Olanda e domicilio fiscale nel Regno Unito, senza considerare le quotazioni in altri mercati borsistici come quello di New York, l’azienda potrà scegliere dove spostare l’insieme dei profitti. Così, il peso fiscale sarà sicuramente inferiore. Questo è l’effetto di quella flessibilità e di quella globalizzazione che ora interessano l’economia mondiale ed è lo stesso che hanno fatto aziende come Google e Amazon nei confronti del Regno Unito”.

Certo, aggiunge Myles, “ancora è da capire quale sarà la reale nuova struttura dell’azienda. Molto dipenderà dalle decisioni che vengono prese in questi giorni”. Ma, comunque, l’immagine non potrà che uscirne danneggiata. “Prendiamo Google e Amazon. La stampa britannica si è scagliata contro la decisione di aprire le loro sedi all’estero, così la nostra politica. Ma ora va detto che, in questo caso, il governo guidato da David Cameron sarà ben felice della decisione della Fiat, del resto anche Osborne lo ha detto in parlamento. L’esecutivo vuole abbassare le tasse per portare sempre più aziende straniere in questo Paese e per rilanciare alla grande una già frizzante economia britannica”.

La corporate tax in Uk era al 24% nel 2012, poi scesa al 23% nel 2013 e all’attuale 21% in questo 2014. Il governo di Cameron ha promesso che, in caso di vittoria alle prossime elezioni generali nel 2015, la tassazione per le aziende verrà portata al 20 per cento. “Mettiamo il caso, ragioniamo per ipotesi, che Fiat debba pagare 500 milioni di euro di tasse in Italia. Passando al regime fiscale britannico, vista la minore tassazione, l’azienda risparmierebbe in un anno almeno 100 milioni di euro di tasse. E comunque l’Italia perderebbe di colpo quei 400 milioni”.

Il Lingotto, già quando le prime notizie sulla fuga all’estero cominciarono a circolare, smentì le cifre e le reazioni della politica e dei sindacati, che si riferivano a quei 564 milioni di imposte pagate da Fiat nel 2012. “Questa cifra deriva dal consolidamento delle tasse di ogni singola azienda del gruppo in conformità con le leggi locali. In particolare, il 46% è di competenza delle società operanti in Nord America, l’11% di quelle in America Latina, il 27% di quelle in Europa, di cui solo il 5% di quelle in Italia”, replicò l’azienda, bollando le accuse come “false”. Ma, al di là del reale ammontare della tassazione, il professor Myles parla di “indubbi vantaggi. Certo, Fiat continuerà a pagare le tasse in Italia per tutto quel che riguarda gli aspetti legati alla produzione (che pure in Italia è ormai ridotta ai minimi termini, ndr), così come continuerà a pagare le tasse locali e regionali, ma non credo che questo incida più di tanto”.

C’è di più: “Fiat è un brand italiano, pensiamo a tutte le conseguenze in termini di immagine. Anche se, va detto, le royalties relative alla proprietà intellettuale già oggi possono essere vantate in tutto il mondo, sono transnazionali”. Anche se, fa intendere Myles, in gioco non è solo un aspetto monetario. Un aspetto – come confermato al fattoquotidiano.it anche da un commercialista della City esperto in pratiche internazionali che preferisce rimanere anonimo – “che dovrà essere gestito con la massima competenza e con una grande fermezza d’animo. È successo anche con aziende britanniche che hanno spostato la sede all’estero. La stampa è subito insorta, la politica ha seguito a ruota, l’opinione pubblica si è subito indignata”. Insomma, al Lingotto (o forse in Olanda) ora avranno delle gatte da pelare anche sul fronte della comunicazione globale.

Quanto alla posizione dello Stato italiano, poco può fare l’Agenzia delle Entrate. Lo sa bene il direttore generale, Attilio Befera che ha commentato così la scelta della Fiat: “Dal punto di vista fiscale non posso impedire alla Fiat di fare delle scelte societarie che sono economicamente convenienti per loro. Verificheremo il pieno rispetto delle leggi fiscali italiane”. Non solo. “Non sono una persona che può giudicare, applico la legge”, ha aggiunto Befera sottolineando che “siccome c’è libera circolazione di capitali e dei beni e servizi, è un fatto normale su cui il fisco non può intervenire se non attraverso le regole di legge”. In merito al pagamento delle tasse nel Paese da parte di Fiat, Befera ha confermato che se “dopo il trasferimento della sede avrà delle stabili organizzazioni e delle società in Italia, queste ultime pagheranno le tasse in Italia”.

Aggiornato da redazioneweb il 30 gennaio alle 11.40