“La Banalità del male di Hannah Arendt? Una delle più colossali idiozie concepite”. Prima di rispondere a qualunque domanda, Claude Lanzmann ti fissa a lungo negli occhi, poi abbassa lo sguardo che con visibile dolore va a sondare la fabbrica dei ricordi, della sua Memoria lunga una Storia. Vuole essere sicuro che le sue parole vengano ben comprese, e che soprattutto il suo mastodontico lavoro di ricognizione sull’Olocausto non sia frainteso come buona parte dei fatti che si attorcigliarono nel marasma della più grande tragedia del ‘900. A 88 anni è riuscito a regalarci il suo probabile ultimo – e immenso – sforzo di testimonianza grazie al documentario-intervista L’ultimo degli ingiusti, nelle sale da ieri grazie al coraggioso distributore Andrea Cirla, dopo la trionfale presentazione al Festival di Cannes dove – sottolinea – “ho cenato con Steven Spielberg spiegandogli perché ho detestato La lista di Schindler”.

Intellettuale parigino di alto rango, fondatore della Resistenza francese, professore universitario a Berlino, amico di Sartre e della de Beauvoir, e tuttora direttore della rivista Les Temps Modernes, dal 1970 Lanzmann utilizza il cinema per raccontare la storia e le sue distorsioni. Se l’epico Shoah (della durata di 10 ore..) girato tra il 1974 e l’85 resta il suo “monumento”, L’ultimo degli ingiusti ne è la virtuale conclusione, perché riapre una delle controversie mai risolte, ovvero la l’accusa di collaborazionismo dell’ex rabbino di Vienna Benjamin Murmelstein, il capo del consiglio ebraico del finto ghetto-modello di Theresienstadt, ma soprattutto l’unico Decano a sopravvivere allo sterminio, e per questo auto-definitosi L’ultimo degli ingiusti. Lanzmann lo incontrò nel 1975 a Roma, dove abitava. Ne uscì una settimana di rivelazioni-chiave per la comprensione della Shoah a partire dal giugno 1938, ma il regista decise di non inserirle nell’omonimo film bensì tenerle in un cassetto.

Nel 2012 Lanzmann ha spalancato quel cassetto, “perché il mondo deve sapere che Murmelstein non fu un collaborazionista ma aiutò 121mila ebrei a salvarsi”. Tornando sui luoghi topici della narrazione dell’ex Decano – Theresienstadt, Vienna, Gerusalemme, Nisko – il regista ricompone un puzzle di 40 anni, in cui mostra se stesso oggi ed allora, insieme a Murmelstein su una terrazza romana. Due personaggi Bigger than Life nel senso più profondo, d’intelligenza feroce e sarcasmo vibrante. Ed oggi Lanzmann, affaticato ma coriaceo, s’indispone di fronte a chi mostri la più sottile leggerezza verbale verso i fatti concernenti l’Olocausto. Le parole hanno un peso, specie se sei ebreo. Per questo deplora e condanna le teorie della Arendt – esattamente come fece Murmelstein che da lui intervistato sulla natura di Adolf Eichmann, che ben conosceva, lo definì “un demone”.

E’ noto invece che la filosofa tedesca lo descrisse come “un piccolo uomo banale in una gabbia e con il raffreddore” quando nel ’63 compilò il reportage per il New Yorker sul Processo Eichmann a Gerusalemme, sfociato poi nel controverso saggio La banalità del male. Ironicamente in questi giorni (solo in due date, oggi e domani) è nelle sale italiane anche un film sulla pensatrice ebrea per la regia di Margarethe von Trotta: Hannah Arendt è il titolo dell’ottimo biopic concentrato sulla genesi – non a caso – del celeberrimo volume. Due opere in uscita contemporanea che – per opposizione – incrociano l’irrisolta figura dell’ufficiale delle SS, divenuto simbolo e sintomo delle responsabilità dell’essere umano rispetto al Male. Da parte sua, Lanzmann non ha dubbi “il Male assoluto perpetrato consapevolmente sul popolo ebraico dai nazisti è compreso oggi meglio dai giovani che non dalle generazioni più datate, e non mi riferisco ai miei coetanei, ma ai professori di storia che oggi insegnano nei licei: creano più confusione e menzogna che altro”. Una menzogna “da cui non si sottrae anche certo cinema mondiale – a detta dell’autore francese – come il vostro La vita è bella di Roberto Benigni: l’ho profondamente detestato”.