Cosa fanno – o non fanno – gli italiani all’estero? Secondo il nostro blogger Matteo Cavezzali, tendono a trascorrere il tempo con altri italiani, a lamentarsi del freddo e del cibo, a eludere il senso civico del Paese d’arrivo e a fare lavori che in Patria mai e poi mai avrebbero accettato. Il suo post ha suscitato un ampio dibattito online e in redazione sono arrivati i messaggi di chi non la pensa così. Tra loro ci sono il blogger Ernesto Salvi, che vive in Canada, e Andrea D’Addio, collaboratore de ilfattoquotidiano.it che vive a Berlino da cinque anni. Andrea scrive per alcune testate italiane e tedesche e si occupa di politica, costume e cultura. Di seguito trovate la sua controrisposta.

Se volete, votate il nostro sondaggio:

Ecco come gli italiani all’estero non passano le loro giornate:

1 – Non passano il sabato mattina in garage o alle fontanelle a lavare l’automobile. Del resto la macchina neanche ce l’hanno. Al massimo hanno la bici: più veloce nel traffico, più salutare, zero problemi di parcheggio e impatto ambientale zero. I rischi di incidenti ci sono sempre, ma le piste ciclabili sono un po’ ovunque e se anche si casca il rischio che poi passi una macchina a dare il colpo finale è molto contenuto. L’aumento del carburante li riguarda solo da lontano, la parola “accisa” e relative traduzioni non la sentono da tempo e durante il fine settimana, di notte, possono anche alzare il gomito, tanto si può tornare tranquillamente con i mezzi pubblici.

2 – Soffrono l’assenza del sole, ma passano buona parte delle giornate a lavorare e avrebbero comunque poco tempo per goderselo se non il fine settimana. Certo, molti di loro svolgono anche lavori umili, spesso di quelli “che non avrebbero accettato in Italia”, ma non perché prima avessero la spocchia sotto il naso, ma solo perché quel lavoro, “a quelle condizioni di salario e orario” in Italia li faceva sentire sfruttati. Altrove no, perché le condizioni sono diverse. Non è il prestigio di un lavoro ad interessargli, ma la dignità del lavoratore stesso, di qualsiasi professione si tratti. Non amano vivere sulle spalle di una società. Molti se ne sono andati proprio perché, stufi di quel sistema, adesso si guardano bene dal replicarlo.

3 – Mangiano italiano a casa, dove cucinano da soli (senza aiuto di nonne o mamme) e quando escono per una cena danno sfogo alla propria curiosità. Thailandese, palestinese, peruviano, bulgaro, sudanese, a volte persino (i più temerari) tedesco o olandese. Sono persone curiose, non hanno paura di provare quello che non conoscono e si lanciano in nuove avventure. Certo, quando vanno al supermercato la qualità dei prodotti, soprattutto della verdura, è quella che è, ma alla lunga si trova una soluzione per tutto. Per fortuna il tema dell’alimentazione non li occupa per il 30 per cento del loro tempo tra file alla cassa e preparazione del pasto a casa. C’è così tanto da fare in città che è meglio uscire e andare a vedere l’ennesimo vernissage gratuito di una mostra che a casa a mangiare un’ora e mezza davanti alla tv.

4 – Escono soprattutto con italiani, ma lavorano, parlano e si confrontano con persone da tutto il mondo in lingue che spesso hanno imparato sul posto o dopo tanti anni di studio in Italia. Hanno fatto e continuano a fare sacrifici. Non è facile abbandonare amici d’infanzia e famiglia ed è normale che le difficoltà di un expat siano più comprensibili per chi ha vissuto un’esperienza analoga piuttosto che da un locale, tedesco, danese o inglese che sia. Gli amici sono la loro nuova famiglia. Se di notte hanno un problema, non c’è mamma, papà, fratello o sorella a correre in loro aiuto, ma l’amico o l’amica del cuore. Che, a sua volta, si aspetta che lui o lei facciano altrettanto a parti inverse. E che sia italiano, spagnolo, argentino o cinese non importa. Importa che l’amicizia sia sana, sincera e pronta al sacrificio. L’italiano all’estero non deve dimostrare nulla, né a sé stesso, né agli amici o agli sconosciuti rimasti in Italia.

5 – Vogliono mettere su famiglia. E nonostante i loro stipendi possano non essere alti e non ci siano i nonni a dargli una mano con il babystting, ci provano lo stesso. Si sentono supportati dallo Stato e così rischiano. E fanno una delle cose più belle al mondo: dare la vita ad una nuova creatura.

6 – Seguono le vicende italiane con passione. E’ più forte di loro, ma nonostante vivano all’estero e potrebbero godersi la civiltà del loro nuovo paese, comunque continuano a sentire vivo il sentimento che li lega all’Italia e nel caso in cui l’ennesimo tedesco, americano o francese dovesse fargli una battuta sul perché Berlusconi sia sempre lì, vogliono potere dare una risposta non banale, ma sociologica e, in molti casi, anche assolutoria nei confronti di tutti quei loro connazionali che continuano a dare il proprio voto in maniera piuttosto discutibile. Per quanto possano trovare giuste le battute dello straniero di turno sulla situazione politica italiana, per ragioni di orgoglio, non vogliono dargli ragione, non almeno in faccia. Nonostante tutto o tutti, continuano ad amare l’Italia e gli italiani.

Sanno bene che tutta la loro cultura, la loro educazione e, si spera, i loro prossimi successi, sono anche il frutto di ciò che il loro Paese gli ha dato. Soffrono vederlo andare alla deriva. Quando tornano per le vacanze o per votare perché non hanno ancora trasferito la propria residenza (e solo per “fare il proprio dovere di cittadini” spendono centinaia di euro che spesso neanche hanno), dopo qualche giorno di entusiasmo da ritorno (cibo, sole e calore della gente), cominciano a vivere il tutto con disagio. Dal loro punto di vista sarebbe così facile cambiare le cose in Italia: basterebbe copiare modelli e idee che già esistono all’estero. Eppure nessuno lo fa.

7 – Non soffrono d’invidia. Non si permetterebbero mai di dire a qualcuno che è rimasto in Italia che “ha fatto male” né, a parti inverse, direbbe “parli bene tu che sei andato via”. Non è razzista, non pensa che “lo straniero rubi posti di lavoro” perché sa bene che se qualcuno che non parla benissimo la lingua del posto, non ha conoscenze e neanche troppi soldi da parte con cui sopravvivere nel breve-medio periodo, riesce ad ottenere un buon posto in un Paese che non è il suo, significa che è semplicemente più bravo di chi lì ci è nato e cresciuto. In Germania come in Italia. Non si sente colpevole per avere abbandonato una nave che affonda, la sua speranza è di potere fare del bene all’Italia da fuori. Vuole essere un testimonial positivo della propria nazione, vuole che la sua famiglia sia orgogliosa di lui e per questo si spande come può per emergere e dimostrare che la sua scelta di partire sia stata giusta.

Con il tempo forse questo spirito di rivalsa si perde, ogni vita vive percorsi e problemi personali che non sempre hanno a che fare con la condizione di vivere all’estero, ma una cosa è certa: se in Italia avessero tutto ciò che in termini di civiltà e meritocrazia hanno ricevuto nel loro nuovo Paese, forse non ora o tra una manciata di anni, ma sicuramente nel loro futuro pianificherebbero un ritorno in pianta stabile. Perché sanno bene che in Italia si può vivere bene come in nessuna altra parte del mondo. Peccato che i primi a dimenticarselo siano proprio molti degli italiani rimasti in Italia. Che danno per scontate molte cose e preferiscono continuare a lamentarsi del sistema invece di provare a cambiarlo. O a prenderne le distanze. Perché abbiamo una vita sola a disposizione. E vale la pena cercarla di vivere nel migliore dei modi possibile.