Piace a tutti, ma nessuno lo vota. E’ il mistero del sistema spagnolo. Proposto da Matteo Renzi. Sposato da Silvio Berlusconi. Molto simile al cosiddetto “Toninellum”, cioè il testo di riforma elettorale depositato in Parlamento dal Movimento Cinque Stelle che a giusta ragione il capogruppo al Senato Vincenzo Santangelo rivendica come unico già presentato. Eppure i tre partiti che hanno raccolto i tre quarti dei voti alle elezioni politiche del 2013 e che potrebbero cambiare la legge elettorale in un quarto d’ora, continuano a parlarsi a distanza senza costrutto. Renzi ha spiegato a più riprese che serve una legge votata da una maggioranza più larga possibile ed è d’altronde il pensiero del presidente Giorgio Napolitano. Berlusconi vuole un bipolarismo pronunciato per fare il leader del centrodestra “a vita”. I Cinque Stelle, certo, vogliono un legame più stretto tra eletti e elettori e dallo “spagnolo” di Renzi tolgono il premio di maggioranza. Ma tutti sostengono l’idea che ci voglia un sistema elettorale che garantisca la governabilità, ma anche la rappresentanza. E appena ieri le motivazioni della Corte Costituzionale hanno spiegato che non è obbligatorio inserire le preferenze, ma sono sufficienti liste bloccate molto “corte”, con pochi nomi, come prevede il sistema spagnolo. 

Ingredienti del “sistema spagnolo”: collegi molto piccoli, su base provinciale, liste con pochi nomi di candidati, meccanismo per “maggioritarizzare il proporzionale” (come dice un’analisi del servizio studi del Senato del 2013) attraverso il cosiddetto metodo d’Hondt, soglia di sbarramento al 3 per cento. Tutto questo favorisce i grandi partiti, quelli con una rappresentanza elevata e omogenea su tutto il territorio. La Corte Costituzionale ha fissato i confini, ma ha dato sostanzialmente il via libera a un sistema del genere. Ma il premio di maggioranza previsto nella proposta di Renzi è l’ostacolo per un’intesa, secondo i Cinque Stelle. 

I membri Cinque Stelle della commissione Affari costituzionali, infatti, considerano incostituzionale la proposta “iberica” di Renzi, così come le altre due (Mattarellum “rivisitato” e il  doppio turno con sistema dei sindaci). “Di certo – scrivono i deputati – sarebbero incostituzionali i sistemi proporzionali selettivi se integrati con un premio di maggioranza. Ergo è chiaramente incostituzionale la seconda proposta del segretario del Pd, sul modello spagnolo, già in parte distorsivo di per sé, al quale Renzi, l’arraffatore di seggi, aggiungerebbe generosamente un premio di maggioranza, che lo renderebbe anch’esso iper distorsivo: di nuovo, col 25% dei voti si può ottenere la maggioranza assoluta dei seggi”.

Matteo Renzi è salito al Quirinale e al presidente Giorgio Napolitano ha detto che le prossime due settimane saranno decisive e che la riforma è elettorale è la priorità, tanto che è pronto a parlarne con Silvio Berlusconi e con Forza Italia. Il segretario del Pd non ha ancora deciso  quale dei tre modelli che lui ha proposto sostenere con più forza. Da una parte la direzione del Pd deve ancora decidere. Dall’altra il sindaco ha deciso di affidarsi al parere ed ai consigli di Roberto D’Alimonte. E quest’ultimo, sul Sole 24 Ore, proprio oggi scrive: “In questa fase storica occorrono sistemi di voto che trasformino la minoranza relativa dei voti in maggioranza assoluta di seggi; la Corte non arriva a rifiutare questa logica, ma la circoscrive a sistemi che non producano una distorsione eccessiva tra voti e seggi senza d’altronde riuscire a fissare i criteri che distinguano tra disproporzionalità buona e disproporzionalità cattiva. Sono salvi quindi lo spagnolo e la Mattarella“. I due modelli prevedono per l’appunto un premio fisso del 15 % dei seggi che non può essere considerato irragionevole. Questo è un punto rilevante perché l’Italia non è governabile con sistemi elettorali che rispettino la proporzionalità tra voti e seggi.

Detto per inciso non è proprio un dettaglio che resti fuori proprio il sistema del “sindaco d’Italia“, quello preferito dal Nuovo Centrodestra che incidentalmente è anche il principale alleato di governo del Pd, che per il sostegno al governo ha fatto pure una scissione dall’ex capo e che da un mese e mezzo dice che sulla legge elettorale prima si fa un accordo di maggioranza e poi ci si allarga al dialogo con le opposizioni. Ma D’Alimonte precisa che si può salvare anche il doppio turno di lista “dove la disproporzionalità è legittimata dal fatto che chi ottiene il premio di maggioranza che garantisce il 55% dei seggi deve comunque ottenere nel ballottaggio il 50% più uno dei voti”. Ma i detrattori di questo sistema dicono che in questo caso ci vorrebbero modifiche più complicate dal punto di vista dell’applicabilità costituzionale.

Da oggi, comunque, potrà diventare un po’ meno inutile, si spera, la riunione quotidiana dalla commissione Affari Costituzionali della Camera dove c’è una bozza di legge elettorale e dove ieri hanno parlato i primi costituzionalisti di cui vengono “messi a verbale” i pareri. Per il momento è emerso l’unanime appello a fare presto, ma non tutti sono d’accordo con la reintroduzione delle preferenze. Quello che è certo è che gli equilibri di maggioranza sono delicatissimi, anche dal punto di vista della riforma elettorale. L’odore di rimpasto si fa più forte e se Renzi riuscirà a portare a casa la legge elettorale, poi sarà difficile tenerlo a freno – lui come altri – nel percorso in discesa verso le urne.