“Un passo importante verso la chiusura di Guantanamo”. Così dalle Hawaii, dove sta trascorrendo le vacanze di fine anno, Barack Obama saluta la norma contenuta nel “National Defense Authorization Act”, il budget 2014 del Dipartimento alla Difesa approvato giovedì. Grazie all’accordo tra democratici e repubblicani, dovrebbe a questo punto essere più facile liberare la prigione cubana da buona parte dei 158 uomini che restano ancora detenuti. Ma, avverte il presidente, la mossa del Congresso non basta. “La Casa Bianca deve avere maggiore autorità per decidere come e quando giudicare i detenuti”, ha scritto Obama. 

Guantanamo è stato in questi anni uno dei temi politici più capaci di scatenare polemiche e tensioni tra la Casa Bianca e il Congresso. Fin dal primo giorno della sua presidenza, Obama dichiarò che il carcere andava chiuso. “È costoso. È inefficiente. Danneggia la statura internazionale degli Stati Uniti”, ha spesso detto Obama per giustificare la sua richiesta. Il Congresso gli ha sempre risposto picche, negandogli i fondi necessari per il trasferimento dei detenuti e riaffermando continuamente la necessità di mantenere aperta la prigione come presidio nella lotta al terrorismo. 

Questa volta le cose sono andate diversamente. Forse perché le priorità della difesa Usa appaiono altre – la contesa sul nucleare iraniano, la questione degli stupri e delle violenze sessuali nell’esercito, lo spionaggio della Nsa e il ritiro dall’Afghanistan – la questione Guantanamo ha perso buona parte della sua carica polemica e democratici e repubblicani sono stati capaci di trovare un accordo. La norma approvata giovedì darà alla Casa Bianca maggiore autonomia nei trasferimenti dei prigionieri verso i Paesi d’origine. Sinora i rimpatri erano stati particolarmente difficili. Gli Stati Uniti non potevano per esempio trasferire i detenuti verso Paesi accusati di essere “sponsor del terrorismo” (ciò che escludeva dai trasferimenti i siriani) e nemmeno verso quelle nazioni considerate non in grado di gestire in modo efficace i prigionieri (ciò che escludeva gli yemeniti, che sono il gruppo più numeroso a Guantanamo). 

A questo punto l’amministrazione Obama avrà invece maggiore libertà nel negoziare con i singoli Paesi il ritorno dei prigionieri. “Circa la metà degli attuali 158 detenuti dovrebbe tornare a casa nel giro di qualche mese”, ha detto il democratico Carl Levin, chairman della Commissione Forze Armate del Senato. Resta il problema dell’altra metà, che Obama vorrebbe trasferire nelle prigioni americane per poter essere giudicata dai normali tribunali. Su questo deputati e senatori restano però inflessibili. “Non c’è altro posto se non Guantanamo dove puoi ospitare pericolosi terroristi”, ha detto il repubblicano James Inhofe, che con molti altri colleghi, soprattutto repubblicani ma anche democratici, teme che la presenza di presunti terroristi sul suolo americano, in attesa di giudizio, possa arrecare disturbo e in alcuni casi anche costituire una minaccia alla sicurezza delle comunità locali. 

A questa tesi Obama si è sempre opposto con fermezza, ripetendo che giudicare gli accusati di terrorismo nelle corti federali Usa “è uno strumento legittimo, efficace e potente per proteggere la Nazione”. Di fronte alle nuove resistenze del Congresso, Obama in queste ore ha anche minacciato apertamente di far ricorso ai propri poteri per superare l’opposizione del Congresso. “Il potere esecutivo deve avere l’autorità di decidere dove e quando giudicare i detenuti di Guantanamo”, ha scritto dalle Hawaii. Oltre le dichiarazioni di facciata, piuttosto minacciose, sembra comunque che l’amministrazione abbia scelto negli ultimi mesi proprio la strada della trattativa riservata con i Paesi d’origine per rimpatriare i detenuti. Di recente, sono tornati a casa due detenuti sauditi, due algerini e due sudanesi. Lentamente, silenziosamente, Guantanamo quindi si svuota. Che la sua apertura sia stata un errore, del resto, lo dicono ormai in molti. In un articolo pubblicato dalla “Detroit Free Press”, il generale in pensione Michal Lenhert, primo comandante di Guantanamo, ha scritto che la prigione “non avrebbe mai dovuto aprire” e che molti detenuti “non avrebbero mai dovuto essere inviati a Guantanamo… non c’erano prove sufficienti per collegarli a crimini di guerra e hanno comunque avuto scarso valore in termini di intelligence”.