“No ma questo all’opinione pubblica non gliene frega un cazzo! Fossi un uomo pubblico, allora sì. Ma questa è una diatriba privata, ma che cazzo gliene frega alla gente! … Tu prendi come sempre come mira Parmalat. Parmalat, c’è gente che è rimasta in mutande, tu credi che a qualcuno gliene freghi qualcosa?”. E’ un giudizio piuttosto crudo, quello che emerge dalle conversazioni captate dalle fiamme gialle a quasi dieci anni dal crac di Collecchio tra due dei personaggi di un’altra pagina nera della finanza italiana, ma in buona parte ancora da scrivere: il tracollo della galassia Ligresti. A parlare, infatti, è Alberto Alderisio, uomo di fiducia di Salvatore Ligresti, che il 15 aprile 2013 incalza l’ex amministratore delegato di Fondiaria Sai, Fausto Marchionni, vistosamente preoccupato di ciò che la gente dirà di lui:  “E per me verrà fuori: ‘l’azienda ha fatto crac, lui si è messo in tesca questi soldi’, magari il figlio della ministra (Annamaria Cancellieri, ndr) se n’è messi in tasca di più ma ce lo dimentichiamo e … verrà fuori una cosa di sto genere!”, si era lamentato con il suo interlocutore.

CALISTO ATTENDE L’ULTIMA SENTENZA. E mentre per qualcuno i danni del passato di Collecchio sono ormai un ricordo lontano che non interessa a nessuno, in casa Tanzi la famiglia dell’ex re del latte e i suoi più stretti collaboratori sono riusciti nella non facile impresa di ritagliarsi una vita tranquilla e agiata. Lontani dalle telecamere e dai giornali, ognuno dei protagonisti del crac Parmalat ha trovato infatti la propria dimensione. Tranne Calisto Tanzi che, ormai 75enne, ha sul capo 37 anni di condanne accumulate nei vari processi a suo carico tra primo e secondo grado di giudizio e sta già scontando 8 anni per aggiotaggio agli arresti domiciliari presso l’ospedale di Parma, mentre attende per la prossima primavera il verdetto della Cassazione sulla condanna a 17 anni e 10 mesi per bancarotta che potrebbe riportarlo in carcere.

IL TESORETTO? MAI TROVATO. Del suo mitico tesoretto ben poco è venuto a galla e tra questo poco ci sono i quadri per un centinaio di milioni di euro rinvenuti nel 2009, anche se le leggende metropolitane raccontano di imbarcazioni di lusso ormeggiate in riviera che, in quelle calde ore di fine 2003, nel giro di una notte hanno cambiato nome con una semplice mano di vernice. Gli altri, intanto, sono tornati ad essere liberi cittadini. Che però si tengono a distanza di sicurezza dal mondo della finanza creativa che dieci anni fa ha generato un crac da 14,3 miliardi di euro, tuttora un record europeo, danneggiando almeno 145mila piccoli risparmiatori.

IL CREATIVO FINANZIARIO TONNA: “TUTTE BALLE”. Il 62enne direttore finanziario di quella che fu la multinazionale del latte di Collecchio, Fausto Tonna, condannato in secondo grado a nove anni e dieci mesi di reclusione, lavora oggi con un contratto a progetto alla Prisma, società di Casale Mezzani, nell’immediata periferia di Parma, specializzata nella produzione di porte automatiche. Sarà anche precario, ma fatto sta che l’ex direttore creativo dell’area finanza di Collecchio è alla Prisma da ormai otto anni. Nell’azienda che fa capo a Luciano Sorio si occupa di amministrazione, non di conti come spiegava in un’intervista rilasciata a Repubblica il 17 luglio del 2005. “Il mio è stato uno sputtanamento planetario – raccontava Tonna – Se anche volessi cercare lavoro all’estero, non potrei. Ormai sono marchiato. Tonna, quello del crac, quello dei conti truccati, quello che ha affossato la Parmalat. Quasi tutte balle. La metà delle cose delle quali mi hanno accusato sono false”.

LA FAMIGLIA E I MANGER SI RICOLLOCANO. T&T, come vennero ribattezzati Tanzi e Tonna, non sono più insomma i vertici della multinazionale che dava lavoro a 36mila persone in tutto il mondo e poteva contare su un giro d’affari da oltre 6 miliardi di euro depurati dal dato falso dichiarato all’epoca, ma la coppia al centro del più grosso fallimento della storia economica italiana e del Vecchio Continente non è dietro le sbarre. “Qui mi vengono a trovare moglie e figli”, dichiarava Tanzi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera lo scorso 17 ottobre. Stefano, il figlio di Calisto con la passione per il calcio, non lavora poi così lontano: dopo aver patteggiato almeno 7 anni tra un filone e l’altro del processo a Collecchio, ha trovato impiego alla Ceramiche Ricchetti degli eredi di Oscar Zannoni, imprenditore del distretto di Sassuolo scomparso nel 2009 e noto alle cronache finanziarie per aver fatto parte fin dalle origini del salotto buono di Mediobanca ed essere stato consigliere della FonSai dei Ligresti.

La sorella maggiore di Stefano, Francesca, ex numero uno dei villaggi Parmatour per il cui crac nel 2007 ha patteggiato 6 anni e cinque mesi (almeno 120 i giorni trascorsi in carcere), ha lasciato Parma ma è rimasta nel settore: qualche anno fa si è trasferita in provincia di Padova dove è ripartita gestendo un albergo, il Blue Dream Hotel di Monselice,  mentre sua sorella Laura vive una vita defilata fra l’Italia e la Svizzera. A far parlare di lei solo il marito Stefano Strini che, dopo essere stato coinvolto nel ritrovamento dei quadri da un centinaio di milioni nella cantina di famiglia, si è reinventato kebabbaro nel quartiere storico della movida di Parma. Scomparsa dalla scena finanziaria, poi, Paola Visconti, la figlia di Anna Maria, sorella di Calisto. Tra i protagonisti del film Il gioiellino sulla grande truffa di Collecchio, è stata l’unica donna ad aver fatto parte del consiglio della Parmalat ma sostiene di essere entrata subito in contrasto in contrasto con la gestione di T&T perché, raccontò ai pm voleva “un’amministrazione più moderna”. A lei fanno ancora capo il 2,9% della holding Coloniale in amministrazione straordinaria. Così come a Stefano fa riferimento una quota dello 0,97% oltre al 50% di Tourpart srl e al 2% di Utilitas srl (Gruppo Acqua holding sa).

Oltre agli eredi e a Tonna, si è ricollocata sul mercato anche la prima linea manageriale della Parmalat dei Tanzi. Come per esempio Gianfranco Bocchi, l’ex capocontabile che nelle ore del disastro su ordine di Tonna fece sparire la documentazione contabile del gruppo spargendola tra i cassonetti del territorio e il tritacarne di casa, dopo aver patteggiato tre anni e cinque mesi nel 2007, si è riciclato nella Rodolfi Mansueto, società della food valley parmigiana che deve le sue fortune al pomodoro. Insomma, processo e pene a parte, tutto sembra essere tornato alla normalità della tranquilla vita di provincia.

E LE BANCHE? STANNO BENE GRAZIE. E le banche che Tanzi ha chiamato tante volte in causa nelle aule dei tribunali? Stanno bene, grazie. Anche perché la liquidità raccolta dal commissario straordinario Enrico Bondi grazie alla cause legali contro istituti di credito, revisori e manager seguite alla bancarotta di Collecchio ha sfiorato quota 2 miliardi di euro, cioè soltanto il 14,3% circa del buco. Senza contare che le banche che avevano finanziato Parmalat per anni ne avevano ricavato lauti profitti tra commissioni e interessi salati. Il filone giudiziario che si è occupato delle responsabilità degli istituti stranieri, però, nel 2011 ha registrato una sonora sconfitta con l’assoluzione degli imputati per aggiotaggio informativo, mentre tra le poche condanne si registra quella “eccellente”, ma non ancora definitiva, dell’ex presidente di Capitalia (oggi Unicredit), Cesare Geronzi e del suo allora amministratore delegato, Matteo Arpe. Entrambi nel giugno scorso si sono visti confermare in Appello a Bologna la condanna di primo grado nel filone Ciappazzi: 5 anni per bancarotta fraudolenta e usura il primo e tre anni e sette mesi per bancarotta il secondo. Ma sul verdetto incombe ancora il verdetto della Cassazione.

FRANCESCA TANZI COME GIULIA LIGRESTI. Complessivamente, però, ben poco è cambiato, come dimostra anche solo la storia recente della Ligresti’s Dinasty che in questo anniversario ha preso il posto della  famiglia Tanzi ormai sbiadita nei ricordi degli italiani. Le similitudini tra i due casi non mancano, a partire dalle accuse delle figlie dei patriarchi. “Suo padre dice che a inguaiare la Parmalat sono state le banche. E’ d’accordo?”, chiedeva a Francesca Tanzi un giornalista di Repubblica nel 2011. “Non lo so, ma quelli che ci hanno rovinato comandano ancora l’Italia”, era stata la risposta dell’ex zarina del turismo di Collecchio che a differenza di Giulia Ligresti, non ha voluto andare troppo a fondo e alla domanda: Chi sono?, ha risposto: “Niente nomi”. C’è qualcuno tra politici, banchieri, personaggi illustri che ha girato le spalle ai Tanzi? “Il 90 per cento della corte”.