C’è chi fissa le bacheche degli annunci come muri del pianto. Altri sono in coda da ore per compilare moduli, consegnare documenti, fare colloqui di orientamento e magari il “bilancio delle compentenze”. Tutti sospettano di partecipare, uno dopo l’altro, a un singolare rito collettivo di fronte all’altare della burocrazia. Lo dicono i numeri: solo il 2-3% delle assunzioni arrivano tramite i 556 centri per l’impiego sparsi da Bolzano a Palermo. E tuttavia milioni di italiani senza lavoro passano di lì. Non tanto perché sperano di trovarlo. Piuttosto perché senza tre lettere su un foglio, la “dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro” (DDL), il sussidio per la disoccupazione non arriva. La disperazione ne spinge tanti a cercare le briciole perché l’iscrizione alle liste permette riduzioni sul ticket sanitario, sconti sull’abbonamento del bus o un punto in più nella graduatoria sulla casa popolare. Se poi allo sportello fanno resistenze, questioni burocratiche o il sistema informatico fa le bizze, la tensione sale alle stelle. A Milano come a Napoli c’è chi ha rotto il naso all’impiegato di turno. E allora benvenuti nei centri per l’ìmpiego, le isole per naufraghi del lavoro che non portano da nessuna parte.

Milano “Qui non trovi il tuo futuro” – “Qui non trovi lavoro”. A scanso d’equivoci è pure scritto sul cartello di benvenuto della “Città dei mestieri”, il servizio di orientamento lavoro e formazione al primo piano del centro per l’impiego di via Soderini, il più grande della Provincia di Milano. Dice che non troverai neanche un contatto diretto con le aziende, qualcuno che ti faccia un cv o lo spedisca e neppure la possibilità di stampare, fotocopiare e scannerizzare. Per tutto questo c’è, in teoria, l’ufficio al piano di sotto, il centro per l’impiego.

Uno strano scherzo del destino ha collocato il tutto al Lorenteggio, in un edificio che sembra piombato dalla luna a svegliare un quartiere dormitorio dell’estrema periferia sud della città. Le fondamenta nel 2004, sulla scia della grandeuer della Milano pre-crisi, quando gli amministratori della metropoli pensavano di fare innovazione col vetrocemento ed elevavano al loro ego colossali monumenti. Formigoni, il palazzo di Regione Lombardia, Penati questa cittadella che ai milanesi costerà 50 milioni di euro. Doveva diventare un polo dell’innovazione, ospitare convention, grandi mostre, eventi ma non è mai nato. Così la Provincia ci ha messo la sede dell’agenzia di formazione e lavoro (Afol) col suo centro per l’impiego. I disoccupati che entrano sono straniti dagli arredi e dall’ampiezza dei volumi, sembrano formiche in aeroporto. Scendono le scale da un conchiglione attorcigliato che voleva essere l’elemento di pregio del polo mancato. “Quanti soldi buttati”, sbotta il marito di una coppia non più giovane che si mette in coda all’ufficio informazioni.

Ogni giorno di lì entrano ed escono 400-600 persone. Giovani, anziani, donne, uomini, italiani, immigrati. Sotto braccio cartelle zeppe di fogli e documenti ma nessuna speranza d’impiego, come suggerirebbe il nome sull’insegna. Nel 2012 gli utenti sono stati circa 75mila, 95.779 i cv depositati ma le persone ricollocate sono state poco più di mille (di cui 440 a seguito di tirocinio). Il tutto a fronte di numeri ormai drammatici: le dichiarazioni dello stato di disoccupazione sono triplicate rispetto al 2008 (erano 13.615 e nei primi dieci mesi di quest’anno sono state già 33mila) così come le iscrizioni alle liste di mobilità, passate negli stessi anni da 2.258 a 6.209 (2012). Hai voglia con questi numeri a dare una speranza di lavoro a quell’8% di disoccupati dell’area metropolitana.

“Questo è più un posto dove si producono certificati”, spiega Giampaolo, 57 anni calabrese e 156 numeri prima del suo turno. Tanti che alla fine, per ammazzare il tempo, si racconta. È appena stato di sopra, alla Città dei mestieri, a litigare con un’incolpevole impiegata. “Ah, se gliele ho cantate! gli ho detto che sono disoccupato, che faccio l’imbianchino e il manovale, tutto. E quella mi fa vedere un cartello che dice “Qui non si trova lavoro”. E mi rifila la stampata delle Pagine Gialle con le aziende da chiamare. Non so se cercano mi dice, telefoni. Ma siamo o no al collocamento?”. Tuttavia è rimasto Giampaolo. “Sono in coda per avere il certificato di disoccupazione. Devi andare all’Inps e portar qui la dichiarazione del licenziamento, ti iscrivi alle liste e prendi il sussidio. Mica tanto, 600 euro. Ma meglio di niente”. Alla peggio l’esenzione dal ticket, lo sconto sull’abbonamento Atm o un punteggio in più per la casa popolare. E il lavoro allora? “Nessuno ti chiama”.

E infatti c’è chi come Sabrina, 25 anni laureata di fresco , bazzica qui perché “puoi leggere i giornali e navigare gratis”. E i colloqui? “Li ho fatti, non servono a nulla, sono iscritta alle liste da 17 mesi e non ho più avuto notizie. E sì che farei anche la baby sitter, segretaria, cameriera”. Troppa burocrazia, poca tecnologia, personale insufficiente e precario, lamentano i dipendenti. “Dovremmo farci carico del disoccupato, cercare rispondenze tra offerte e candidati e indirizzarli verso un percorso di lavoro, ma non lo facciamo. Ci limitiamo all’adempimento burocratico e tanti saluti ai discorsi sulle politiche attive. Alla fine il lavoro se lo cercano da soli, noi ricollochiamo il 2-3%”. Ma ogni giorno i 15 impiegati del front-office devono parare un’orda di disperati che arrivano e si accodano, perché il servizio non funziona su appuntamento. Aspettano fino a 4-5 ore, anche per segnalare un semplice cambio di residenza e altre pratiche “che potrebbero fare online o autocertificare, ma la Provincia non è attrezzata”.

Il clima a volte si fa pesante, volano insulti. Qualcuno perde il controllo. A inizio anno un operatore è finito in ospedale con prognosi di un mese. Ma la guerra dell’impiego è tra poveri. Perché molti tra i 239 dipendenti han fatto vita da precari e altri ancora lo sono. “I contratti che dovremmo proporre al disoccupato spesso sono migliori del nostro”, spiegano. “Dopo anni, grazie a una causa collettiva, siamo riusciti a ottenere la stabilizzazione di 60 persone che il centro per l’impiego, amministrazione pubblica, costringeva a lavorare con contratti a progetto illegali e sottopagati”. Il tutto mentre l’ex dg veniva indagato per truffa e sprechi e l’attuale presidente finiva nell’occhio del ciclone per consulenze e una mala gestione certificata dai revisori contabili. Restano in bilico una quarantina di tutor e docenti della formazione professionale, molti laureati, alcuni psicologi, che guadagnano mille euro al mese per 36 ore di lavoro la settimana. Così disoccupato e precario stan l’un di fronte all’altro armati (e rassegnati) sotto l’insegna del centro per l’impiego. “Sono 20 anni che sono iscritta all’ufficio collocamento ma non sono mai stata chiamata per un lavoro”.

Una guerra che si consuma anche a 1200 km di distanza. Francesca è in fila e attende il suo turno allo sportello del Centro dell’impiego di Reggio Calabria, il più grosso della provincia. Gli elenchi dei disoccupati superano i 50mila nomi, ognuno con la sua storia, i suoi problemi e con la consapevolezza che, a queste latidudini, la percentuale di chi non ha un lavoro è di oltre il 40%.

Reggio Calabria, in attesa da 20 anni – I numeri scorrono nel display della sala d’attesa e prima che arrivi il suo turno Francesca confessa di non avere aspettative: “Non ho alcuna speranza di essere assunta. Perché sono qui allora? Perché devo presentarmi in un’azienda e mi hanno chiesto il certificato di disoccupazione”. Le storie sono tutte uguali. Così come l’espressione dei giovani, e meno giovani, che la mattina passano da quello che, una volta, chiamavano l’ufficio di collocamento. “Siamo iscritte da diversi anni, ma nessuno ci ha mai chiamato”. Sonia e Francesca sono consapevoli che “a Reggio funziona così”. “Compiuti i 18 anni, iscriversi a questi elenchi è più una tradizione. – dicono – Un po’ come l’esame della patente”. Non è difficile parlare con il direttore del Centro, Demetrio Sorgonà, secondo cui occorre capire il concetto di orientamento. In sostanza, “chi non viene a dichiarare la propria disponibilità a lavorare, non si potrà mai incrociare con un eventuale offerta di lavoro. Noi orientiamo i ragazzi in modo da consentirgli di manifestare le proprie attitudini sempre nell’ottica dell’incrocio offerta-domanda di lavoro”. Questo non significa che il disoccupato deve sperare in una telefonata dal centro per l’impiego con cui gli viene comunicato che, finalmente, ha trovato un posto. Piuttosto “se un datore vuole rendere pubblica un’offerta di lavoro, noi la mettiamo in bacheca – aggiunge il direttore -. Spontaneamente i disoccupati potrebbero candidarsi. Se, per esempio, un datore chiede un elenco di lavoratori che hanno determinate caratteristiche, noi gli forniamo una lista di nomi perché si effettui una selezione”.

Anche questa procedura non comporta che chi ha le competenze richieste dall’azienda lavorerà o, quantomeno, sarà convocato per la selezione. Una volta iscritto, il lavoratore non verrà chiamato dal centro per l’impiego ma, in caso, dal datore che ci ha richiesto un elenco con un target preciso. Se c’è un avviso pubblico o un bando, non possiamo contattare migliaia e migliaia di disoccupati. Per le categorie protette ci sono degli avvisi per i quali tutta la procedura la seguiamo noi perché c’è il collocamento obbligatorio. Lì sono occasioni di lavoro sicure. Con il collocamento ordinario, invece, il datore di lavoro è libero”. “Ho 22 anni e sono iscritta al centro per l’impiego da quando ne avevo 18”. Prima di salire sullo scooter, Giusy confessa di non avere alcuna speranza di essere assunta a Reggio: “In questa città ho lavorato solo in nero. Se continua così, penso di andare via e trasferirmi al nord”.

Fino al 2011 Domina, 35 anni, aveva invece un regolare contratto di lavoro. Era commessa in un centro commerciale che ora, però, ha chiuso: “Quando si abbassano le saracinesche, mandano via anche noi. Dopo due anni di cassa integrazione senza esito, adesso sono in disoccupazione”. Due figli e un marito che fortunatamente lavora non le consentono di vivere serenamente. “Mi serve – aggiunge – il certificato di disoccupazione per chiedere alla banca di usufruire dell’assicurazione stipulata quando ho acceso un mutuo. Senza un lavoro non posso pagare le rate, ma non posso neanche andare sul Corso Garibaldi a fare la commessa a 300 euro al mese. Tra poco, con la mia famiglia, ritornerò a Mantova dove ho lavorato in passato”.

Napoli, l’unico passatempo rimasto – C’è un signore di mezza età che quasi tutte le mattine si reca al centro per l’impiego di Calata Capodichino a Napoli. Non perché speri di trovare un lavoro che cerca dal secolo scorso, ma perché ormai non sa come trascorrere le giornate. Ti prende sotto braccio e racconta: “Alle 7 di mattina qui vengono manovali con le maglie sporche di pittura. Non sono disoccupati veri, lavorano in nero. Hanno fretta, chiedono qualche carta, il certificato di iscrizione da dare al ‘mastro’ per gli sgravi contributivi, quando e se verranno messi in regola, poi vanno subito via, al cantiere. Il disoccupato autentico arriva verso le 10 e mezza, le 11. Lo riconosci perché ha i movimenti lenti, si trattiene, parla, cerca offerte sulle bacheche, resta almeno un’ora”. Ecco la plastica dimostrazione di un dato: tra gli 852.000 iscritti alle “liste di collocamento” tra Napoli e provincia si annida una buona percentuale di persone che un lavoretto seminascosto ce l’ha e con quello sbarcano il lunario. Altrimenti ci sarebbe la rivoluzione.

Vincenzo Di Ruocco dirige questo Cpi con quieta competenza e attenzione minuziosa a statistiche e dati. “Oggi sono venute 79 persone. Una giornata leggera, un mese leggero: a novembre, quasi finito, siamo a 1838 visite. A luglio, quando c’è l’assalto delle insegnanti precarie, superiamo i 2000 utenti al giorno. Il nostro compito dovrebbe essere quello di produrre politiche di occupabilità per limare lo squilibrio tra domanda e offerta. Ma finiamo per svolgere ‘politiche sociali’, perché raccogliamo i lavoratori espulsi dal mercato e li accompagniamo ad affrontare il problema, quando invece i Cpi dovrebbero essere dotati degli strumenti per prevenire questo”. Poi ti esplode il caso umano tra le mani e cerchi di affrontarlo con le giuste dosi di comprensione e distacco. “Per alcuni posti in imprese di pulizia si sono candidati laureati in Economia e commercio. Un ingegnere elettronico di lunga esperienza si propose per fare il custode in uno stabile”. Che si fa in quei casi? Un Cpi attento e sensibile – e quelli di Napoli, a parere dello scrivente, lo sono – li reindirizza verso opportunità più consone alle loro qualifiche. Spiegando loro che l’ascensore sociale viaggia soltanto verso i piani inferiori: se premi il pulsante della discesa, non risali più. Non deve essere semplice avere ruoli di responsabilità in materia lavoro nella ‘polveriera’ Napoli che viaggia a tassi di disoccupazione al 16% ufficiale e al 25% effettivo, e ha a che fare con agguerrite liste di disoccupati organizzati e cooperative di ex detenuti che contano 870 persone.

Massimo Ragosta, da 13 anni dirigente del settore per la Provincia di Napoli, ricorda la meraviglia suscitata nei colleghi romani per una riunione alla quale dovette presentarsi con la scorta. Minacce, porte sfondate, pistole sventolate sotto gli occhi dal camorrista che vuole far ‘retrodatare’ qualche anzianità di disoccupazione a un parente o un sodale. Di Ruocco annuisce con flemma. Oggi però non si sente volare una mosca. Un signore anziano compila un modulo. Una coppia dialoga in rumeno. Un cuoco viene a ritirare un certificato storico. Stanzoni vuoti, calma piatta. Uno chiede informazioni sui 6 posti disponibili per mansioni di bassa qualifica all’Università di Napoli: sono pervenute 3000 domande. Auguri.

di Thomas Mackinson, Lucio Musolino e Vincenzo Iurillo

da Il Fatto Quotidiano del 9 dicembre 2013