Riforma elettorale, riforma costituzionale, riforma del lavoro e così via. Eppure ci sono settori che di riforme proprio non vogliono sentirne parlare. Il caso più sintomatico riguarda il sistema delle comunicazioni. Prima si dava la colpa al conflitto di interessi, ora sembra che le responsabilità siano un po’ più ampie. Due gli esempi maggiori. Il 31 dicembre prossimo scade la norma che impedisce gli incroci proprietari tra televisioni e giornali. Nei mesi scorsi c’è stata l’intricata vicenda, peraltro non conclusa, della proprietà del Corriere della Sera ed altre novità si profilano nel mondo editoriale. Nel mercato televisivo nulla è cambiato quanto a concentrazione ed assenza di pluralismo. E allora, invece di chiedere chiarezza sugli assetti proprietari del settore editoriale (le regole ci sarebbero, basterebbe applicarle) ed abrogare la legge Gasparri, consentendo una maggiore concorrenza, si lascia scadere la norma che rappresenta l’unico ostacolo a possibili ulteriori e pericolose concentrazioni.

L’altro esempio di questa attitudine nazionale alle riforme parziali è dato dal caso Telecom. Ormai siamo al ridicolo. Dopo la possibile e forse giusta ipotesi della ripubblicizzazione della rete, dopo il tentativo di introdurre regole più trasparenti sull’Opa, si scopre che il cosiddetto rispetto per il mercato, tanto sbandierato dal Governo, altro non era che un accordo preventivo con Telefonica.  Perché dall’Esecutivo e dai soci maggiori è stato datoquesta via libera? Domande che molti si stanno facendo, compresa la Procura della Repubblica di Roma, visto che la stessa Telefonica per vari motivi non era certo il partner ideale per salvare Telecom.

Quello che però più colpisce in questa vicenda è l’ennesimo caso di opacità del nostro sistema capitalistico. Opacità forse non casuale se si dovesse dar credito alle inquietanti voci di un interessamento di Mediaset, via Telefonica, alla vicenda. Ho avuto modo di scrivere su questo blog alcuni mesi fa che nel disastro di Telecom sempre il solito ci avrebbe guadagnato in Italia. Spero davvero di non essere stato buon profeta. Ci mancherebbe altro che dopo l’etere, anche la rete di telecomunicazioni cadesse nelle mani del tycoon de’noantri. Allora, altro che “caro leader”. Speriamo dunque che finiscano i segreti conciliabili e si faccia chiarezza.