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Tutti badano ai red carpet, nessuno alla crisi che c’è dietro. A partire da Venezia

Qualcuno si è preso la briga di analizzare le concrete ricadute del festival veneziano e del festival romano nel mercato cinematografico reale?
Tutti badano ai red carpet, nessuno alla crisi che c’è dietro. A partire da Venezia
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“La festa e la realtà” potrebbe essere il titolo, a fronte di uno scenario della politica culturale italiana che si caratterizza per un’apparenza effervescente che nasconde la realtà problematica di una contraddizione permanente: il settore del cinema e dell’audiovisivo incarna al meglio (ovvero al peggio) questa dinamica, per la sua intrinseca vocazione alla spettacolarizzazione e per il prevalente disinteresse dei media per gli aspetti “strutturali” delle industrie culturali e creative.

La quasi totalità dei giornalisti italiani dedica infatti attenzione ai red carpet, ai film che vengono presentati nei festival, ignorando lo stato di crisi radicale della cinematografia nazionale in termini di capacità di attrarre spettatori nelle sale (e, forse, anche, di capacità di innovazione creativa).

A livello di fiction televisiva, la situazione è meno grave, ma nessuno (o quasi) ricorda che la gran parte delle prime dieci società di produzione audiovisiva attive in Italia è passata negli ultimi anni nelle mani di gruppi stranieri, ovvero di multinazionali dell’immaginario che hanno saccheggiato il tessuto industriale nazionale, anche grazie all’uso (ed abuso) del controverso strumento mercatista del “tax credit” (della cui irrealizzata riforma si è impropriamente fatta vanto la stessa premier Meloni, nel celebrare i suoi primi quattro anni di governo).

Qualcuno sembra poi aver improvvisamente scoperto che la gran parte dei film che vengono presentati alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia vengono fruiti da una ristretta platea di cinefili e critici, ma poi non arriva nelle sale. E che dire della grancassa della Festa del Cinema di Roma, presentata oggi dal Presidente della Fondazione Cinema per Roma, ovvero l’uomo più potente del sistema dello spettacolo italico, Salvo Nastasi, che è anche Presidente della Società Italiana degli Autori e Editori (Siae)?!

Qualcuno si è preso la briga di analizzare le concrete ricadute del festival veneziano e del festival romano nel mercato cinematografico reale? No. Si tratta quindi di “macchine culturali” graziosamente autoreferenziali, generosamente finanziate con danari pubblici, che – certamente – danno lavoro a centinaia di persone, ma che assai poco (se non nulla) incidono nella realtà del mercato. Vetrine appariscenti, ma dietro le quali c’è assai poco di concreto.

Nessuno ha mai studiato quanto Venezia e Roma (e tante altre kermesse) stimolino realmente la fruizione di cinema in sala, e di cinema italiano in particolare.

Ho già denunciato tante volte – anche su questo blog – il deficit di conoscenza che caratterizza le politiche culturali italiane: basti ricordare il ritardo e l’inutilità di quella “valutazione di impatto” della Legge Cinema e Audiovisivo, che resta un documento evanescente e semi-clandestino, trasmesso dal ministro Giuli al Parlamento a metà luglio 2026 in relazione alla situazione dell’anno 2024 (e ciò basti). Ma semi-clandestina è anche la relazione annuale al Parlamento sullo spettacolo (ovvero sui circa 450 milioni di euro di sostegno pubblico a teatro, musica, danza, circhi), che è stata pubblicata dal Mic il 23 settembre: qualcuno leggerà mai le 284 pagine del documento relativo all’anno 2025?!

Per quanto anche questo report sia privo di approccio critico, si tratta di un documento importante. Pubblicato però senza comunicato stampa, nel silenzio totale del Ministero e dei media. Fatta salva un’odierna analisi di Carlo Prosperi, Capo Segreteria della Commissione Cultura della Camera (presieduta da Federico Mollicone di FdI), su f! formiche, la testata online fondata da Paolo Messa.

Temo che Prosperi rientri in quella decina di lettori che – in tutta Italia – studieranno la relazione, allorquando un simile documento dovrebbe invece essere oggetto di ampia disseminazione nelle comunità professionali, e di pubblica discussione, tra istituzioni ed operatori del settore.

Cambierà qualcosa con la nuova legge cinema e audiovisivo in gestazione in Parlamento?! Dopo l’approvazione alla Camera il 10 settembre, riprende l’iter a Palazzo Madama: il provvedimento è stato calendarizzato in sede referente dalla Commissione Cultura, con relatore il Presidente della 7a Roberto Marti (Lega) per mercoledì prossimo 30 settembre. L’iter dovrebbe essere rapido, anche perché non verranno promosse nuove audizioni e non dovrebbero essere approvate modifiche sostanziali al testo: il testo del 10 settembre pare sia “blindato”, con l’obiettivo di una approvazione entro fine ottobre.

In ogni caso, le innovazioni concrete, a partire dall’Agenzia che sostituirà la Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero, ci saranno soltanto a partire dal 2028, e tutto appare “sub iudice” rispetto ai risultati delle elezioni politiche nazionali (che si tengano nella primavera o nell’autunno dell’anno prossimo). Tutto dipenderà dai nuovi equilibri politici.

Insomma, molte variabili aleatorie, così come rispetto ad un’improbabile riforma della Rai: c’è chi teorizza addirittura l’abolizione del canone, ennesima bandierina funzionale alla campagna elettorale, dimenticando che da un anno ormai la televisione pubblica italiana opera in violazione di quanto previsto dall’European Media Freedom Act (Emfa). Anche in questo caso, “l’apparenza” versus “la realtà”.

Nelle more, il “sistema” continua ad essere governato da leggi ormai arcaiche, regole inadeguate, e da una burocrazia ministeriale che brilla per lentezza. Prevale conservazione, con la silente connivenza dei “poteri forti”, ovvero di quei pochi big player che hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo: le multinazionali dell’audiovisivo (da Fremantle a Netflix) e le due principali associazioni imprenditoriali (Anica per il cinema ed Apa per la tv), che ignorano le esigenze dei produttori indipendenti, delle piccole imprese, dei lavoratori precarizzati, degli autori emergenti.

Giovedì 24 il Direttore Generale del Cinema e Audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni (che è anche paradossalmente vicecapo di Gabinetto del Ministero della Cultura, ricoprendo impropriamente un ruolo “amministrativo” ed uno “politico”) ha convocato alcune associazioni – naturalmente “a porte chiuse” – annunciando provvedimenti imminenti: apertura delle “finestre” temporali per i “contributi automatici”, per il “tax credit distribuzione”, nomina delle nuove commissioni ministeriali, mentre si resta in attesa dell’iter finale di approvazione per il “tax credit produzione”… Ancora una volta, si spende come “successo” ed “innovazione” quel che dovrebbe essere ordinaria amministrazione.

Purtroppo, continua a prevalere – nella burocrazia ministeriale – uno stato di patologia permanente, ed un qualche piccolo miglioramento sembra essere un risultato miracoloso. A fronte di uno scenario generale nel quale prevale l’assoluta incertezza.

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