“A differenza di Giulio Cesare, Mandela restò nelle sale del potere politico il tempo sufficiente per non vedere il suo nome marchiato dall’infamia della dittatura o da quel tipo di malattia amministrativa e incompetenza che ci troviamo davanti oggi. Come Cesare ha tuttavia vissuto abbastanza per vedere la sua stessa persona diventare un marchio. In Mandela c’è l’icona, l’uomo e, innegabile, il mito”. Lo scorso novembre era il settimanale Mail & Guardian a tracciare un paragone storico tra il condottiero romano e il leader sudafricano nell’accogliere le prime banconote con impresso il volto di Nelson Mandela. Madiba, com’era soprannominato usando il nome del suo clan, è morto a 95 anni

Più volte il presidente sudafricano Jacob Zuma aveva esortato tutti a pregare per l’uomo che è considerato il simbolo del Sudafrica post apartheid. “Pregate per lui”, aveva detto il capo di Stato ultimo leader di quell’Africa National Congress che, al governo dal 1994, sembra essersi incastrato il quel tunnel che, come scrisse il M&G, Mandela ha saputo evitare. 

Un aneddoto del 2010, anno del Mondiale di calcio in terra sudafricana, serve a capire quale fosse il sentimento dei cittadini per l’icona della lotta contro la segregazione. A Roma il settimanale Carta presentava il “Mondiale al contrario” portando in giro per l’Italia gli attivisti di Abahlali baseMjondolo, movimento che riunisce i baraccati nelle principali città del Paese, in particolare Durban, che spiegavano cosa significasse l’appuntamento calcistico per i sudafricani più poveri delle township, i primi a subire la volontà del governo di Zuma di mostrare a tifosi, calciatori e telespettatori un Sudafrica ricco e in espansione.

Durante la conferenza stampa di presentazione fu chiesto loro quale fosse la loro opinione su Mandela. La risposta fu che Madiba era Madiba, diverso da tutti gli altri. Oggi è considerato uno degli statisti più rispettati al mondo, padre del Sudafrica libero e democratico. I paragoni più prossimi per carisma e immagine internazionale sono quelli del Dalai Lama e della leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi.

Nato nel 1918, figlio di un capo della tribù Thembu, a 23 anni scappò a Johannesburg per sfuggire a un matrimonio combinato. Due anni dopo si iscrisse alla Afrikaner Witswaterand University ed entrò in contatto con le idee liberali e radicali. Dopo la laurea in giurisprudenza inizia a difendere la popolazione vittima delle politiche di discriminazione. Sempre nel 1942 si iscrisse all’African Nation Congress, diventando qualche anno dopo tra i fondatori dell’ala giovanile, feudo negli ultimi anni di un altro controverso leader della nuova generazione di leader del partito, Julius Malema. Nel 1956 arrivò la prima accusa di alto tradimento e venne arrestato. Assolto diventò comandante dell’ala armata Umkhonto we Sizwe dell’ANC, messo fuori legge l’anno prima, e mentre la discriminazione e le politiche di apartheid diventavano più dure. Mandela si occupa di addestrare paramilitari, elabora piani di guerriglia e campagne di sabotaggio contro l’esercito. In mezzo a questo periodo sposerà Winnie Madikizela (seconda di tre mogli, da cui divorzierà nel 1996) che avrà un ruolo di primo piano nella campagna per chiedere la liberazione di Madiba arrestato nel 1961 e condannato all’ergastolo due anni dopo per sabotaggio e cospirazione. Accusa la seconda accusa che negò sempre.

La prigionia durerà 27 anni. Intanto il clima attorno alla politica di apartheid inizia a mutare, ci sono le prime campagne di boicottaggio e il rifiuto di Mandela della libertà su cauzione, che avrebbe voluto dire disconoscere la lotta armata, ne fanno un simbolo della lotta per i diritti civili. Il carcerato numero 46664 sarebbe uscito dal carcere soltanto nel 1990, quando il presidente Frederik Willem de Klerk, insignito nel 1993 del Nobel per la Pace assieme allo stesso Mandela, ne ordinò la scarcerazione e decretò la fine dell’illegalità per l’Anc. Iniziò così la carriera politica. Il mandato presidenziale dal 1994 al 1999 e poi l’impegno nella lotta contro l’Aids, problema sottovalutato durante gli anni del primo presidente nero del Sudafrica. “Un eroe non un santo” scriveva di lui Adam Roberts sul Guardian, in occasione del novantesimo compleanno cercando di non fare di Mandela una figura a un’unica dimensione.

di Andrea Pira