Lo strappo è consumato. “Mi trovo qui per compiere una scelta che non avrei mai pensato di compiere. Non aderire a Forza Italia“. Sono le parole con cui Angelino Alfano, nel corso della riunione dei governativi del Pdl, annuncia la nascita di gruppi autonomi che si chiameranno “Nuovo centrodestra”. Trenta senatori e 26 deputati hanno aderito al momento ai nuovi gruppi parlamentari nati per scissione dal Pdl. L’ex delfino di Berlusconi ha tenuto a largo Chigi una riunione ristretta con i suoi fedelissimi per poi incontrare gli altri parlamentari all’albergo Santa Chiara: i governativi si preparano a disertare la riunione del Consiglio nazionale che sancirà il ritorno a Forza Italia.

“Ovviamente non parteciperemo al Consiglio nazionale domani”, dice il senatore Pdl Roberto Formigoni a Otto e mezzo su La7. “Non c’è scissione perché il partito non c’è più, siamo 37 al Senato e 23 alla Camera”. E aggiunge: “La proposta dei ministri era stata accolta da Berlusconi poi è stata bocciata dai falchi”. Primo scossone all’interno del partito, dopo l’annuncio di Alfano, le dimissioni del capogruppo al Senato Renato Schifani: “Dopo aver preso atto della costituzione del nuovo gruppo al Senato, nato da una costola del Pdl, ritengo doveroso rassegnare le mie dimissioni da presidente del gruppo del Popolo della Libertà a Palazzo Madama”. 

Segue il passo indietro del suo vice, Giuseppe Esposito, che ha spiegato la scelta con una lettera ai propri elettori sul suo sito internet: “Caro Berlusconi mi riconosco pienamente nel suo messaggio inviato ai parlamentari del Pdl. Credo ancora in quei valori e in quelle idee per cambiare l’Italia nell’interesse di tutti i cittadini. Ma queste cose, caro presidente, è possibile farle soltanto nei luoghi in cui è possibile prendere le decisioni”. Dura la reazione di Raffaele Fitto: “Da Alfano è venuto un atto gravissimo contro la sua stessa storia e contro Silvio Berlusconi, i nostri programmi e i nostri elettori. Il vero popolo di centrodestra giudicherà”. Secondo fonti vicine al Cavaliere, Berlusconi prende atto di avere le mani libere rispetto al governo, ma per adesso non intende fare alcuno strappo nei confronti dell’esecutivo.

“Questa mia scelta – ha spiegato il vicepremier – nasce dal fatto che queste settimane mi hanno dato la riprova di quanto abbiano prevalso le forze più estreme all’interno del nostro movimento politico”. Ma ci tiene a ribadire la vicinanza al cavaliere: “Sento fortissimo il bisogno di ribadire che in questi 20 anni non abbiamo sbagliato speranze, ideali e persona. Siamo amici del presidente Berlusconi a cui ribadiamo amicizia e sostegno. Lo sosterremo all’interno del governo a iniziare da una giustizia più giusta e dall’abbassamento delle tasse”. E ancora: “Saremo attaccati, ma non avremo paura, combatteremo per affermare le nostre idee. Questa sera abbiamo un grande alleato: la nostra buona coscienza, la buona coscienza di chi le ha provate tutte prima di arrivare a questa decisione”. Gli fa eco il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi: “Ci teniamo a confermare la nostra amicizia e stima verso Silvio Berlusconi che continuerà ad essere punto di riferimento e leader dell’area dei moderati”. A fare un ulteriore balzo in avanti è un’altra “colomba”, Roberto Formigoni, che immagina un nuovo partito come una  “una evoluzione naturale della quale però non abbiamo ancora iniziato a parlare”. Tra chi saluta con favore il “Nuovo centrodestra” c’è anche un potenziale futuro alleato, il leader Udc Pierferdinando Casini, secondo il quale a seguire Alfano saranno molti più parlamentari di quanti non siano ora.

L’ultimo spiraglio di un accordo in extremis era sfumato poche ore prima. Secondo le agenzie di stampa, il partito preparava una convocazione urgente dell’ufficio di presidenza del Pdl in serata. All’ordine del giorno, le modifiche al documento da proporre al Consiglio nazionale, in particolare sul nodo della stabilità del governo in caso di decadenza di Silvio Berlusconi. L’indiscrezione, trapelata al termine dell’incontro tra il Cavaliere e i ministri Pdl, era stata poi smentita. La decisione di rinunciare all’ufficio di presidenza, a quanto si è appreso, era stata presa dopo un giro di contatti tenuti da Silvio Berlusconi. Al Cavaliere inoltre sarebbe stato fatto notare che ci sarebbero state numerose assenze di peso per ragioni politiche. I “falchi” avevano così fatto affondare l’ultima scialuppa di salvataggio che poteva evitare lo scontro frontale. Il documento da approvare in Consiglio nazionale poteva essere “ammorbidito” per lasciare uno spiraglio al sostegno al governo in caso di decadenza di Berlusconi. Ma così non è stato.

In particolare, si apprende da fonti del partito, era stato il ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello a tentare l’ultima mediazione: sembrava avesse convinto Silvio Berlusconi a sottoscrivere un documento comune da portare all’attenzione del’ufficio di presidenza. Un documento che aveva come punto di caduta, tra l’altro, l’ipotesi del doppio coordinatore per la nuova Forza Italia e l’impegno a sostenere il governo da parte dei lealisti. Ma questa iniziativa sarebbe stata bocciata dal “falco” Denis Verdini, dopo un giro di telefonate per verificare la disponibilità degli “oltranzisti” a partecipare all’ufficio di presidenza della conciliazione. Lo ha confermato anche Roberto Formigoni: “La proposta dei ministri era stata accolta da Berlusconi, poi è stata bocciata dai falchi”. Fonti vicine a Berlusconi hanno riferito invece che il Cavaliere non aveva mai pensato a convocare l’ufficio di presidenza. Le agenzie avevano riportato un’ulteriore controproposta di mediazione da parte dei lealisti: la riunione degli organismi del partito per valutare la questione della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore e la creazione di un organismo di garanzia (e non due coordinatori) con persone selezionate dal Cavaliere per Forza Italia.

Il colpo di scena è arrivato dopo che tutti i giornali – di qualsiasi orientamento – avevano parlato di scissione a un tiro di schioppo. Silvio Berlusconi aveva infatti respinto al mittente la piattaforma per un armistizio (sostegno incondizionato al governo e guida del partito a due teste, una governativa e una oltranzista) presentata da Angelino Alfano nell’ennesimo confronto. Ma per Raffaele Fitto, capofila dei cosiddetti lealisti (quelli un po’ meno falchi dei falchi e un po’ meno governativi dei governativi), il consiglio nazionale del Pdl di sabato 16 “sarà una festa della democrazia e non uno strappo”. A La7 l’ex ministro aveva sostenuto di sperare che “ci sarà un dibattito utile a far valutare le proprie posizione e a dare un contributo alla prospettiva del partito”, e aveva aggiunto: “Non posso immaginare che domani ci possa essere un’assenza o un contrasto perché non ne capirei le ragioni”, “persone come Alfano rappresentano la storia di questo partito”. Alfano, spiegava Fitto, “si è impegnato tanto in questi anni, non ci credo a una rottura: è stato collaboratore del presidente di Berlusconi, ministro della giustizia del presidente Berlusconi, è stato segretario del Pdl su indicazione di Berlusconi e oggi è ministro dell’Interno e vicepremier su indicazione di Berlusconi”. Insomma: un avvertimento. Che non è bastato.