Il procedimento ad Uhuru Kenyatta, il presidente keniota, alla sbarra per crimini contro l’umanità, sembra destinato a non iniziare: incagliato da quasi un anno nel labirinto di in una interminabile partita a scacchi diplomatica tra organizzazioni internazionali e regionali e poi tra nuove e vecchie potenze, il più importante procedimento nella storia della Corte Penale è ora al terzo rinvio. Cancellata l’udienza del 12 Novembre, se ne riparlerà a Febbraio. Il motivo? I giudici hanno ammesso il rinvio, chiesto dalla difesa, per poter studiare le carte e aggiornare la strategia, dopo che il collegio aveva ammesso due nuovi teste

Per la terza volta, quindi, all’approssimarsi della prima udienza che vorrebbe Uhuru Kenyatta primo capo di Stato in carica, alla sbarra come imputato presso una corte penale internazionale, arriva proprio dal tribunale uno stop: era già successo in due occasioni ma questa volta la situazione appare ben diversa. Solo pochi giorni fa, l’Unione Africana, ha tenuto ad Addis Ababa l’attesa riunione dei 34 stati  membri che avrebbero dovuto sancire l’addio alla Corte Penale. Ma l’annunciato strappo non è avvenuto e gli è stata invece preferita una diplomatica mozione, nella quale si chiede un intervento presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che inviti la Cpi a rinviare di un anno il procedimento contro i leader kenioti e contestualmente di adottare il principio che i capi di Stato in carica non possano essere portati alla sbarra.
Quindi il braccio di ferro, si sposta a New York, al Palazzo di Vetro, dove i leader africani promettono di dare battaglia affinché il Consiglio di Sicurezza riconosca le loro ragioni e voti una risoluzione che sospenda per un anno il procedimento contro Kenyatta e Ruto. Il Consiglio di Sicurezza, infatti, ha facoltà di riferire casi alla Corte Penale ma anche di chiederne la sospensione per un anno.

La delusione delle vittime è palpabile fin da ora: uno degli avvocati che difende gli interessi dei familiari, Fergal Gaynor, ha espresso al Guardian il disappunto e la frustrazione delle oltre 20mila persone che attendono da ben due anni, tra lungaggini procedurali e rinvii, l’inizio del processo. Le autorità keniote, nel frattempo, stanno spendendo il credito politico internazionale derivato dalla reazione all’attacco terroristico al centro commerciale di Nairobi dello scorso Settembre, sostenendo che il processo della Corte Penale Internazionale, indebolirebbe la guerra al terrorismo nell’Africa orientale, delegittimando il presidente Kenyatta.

Intanto il vicepremier William Ruto, anch’egli alla sbarra, potrà opporre una sorta di parziale “legittimo impedimento” che gli consentirà di non presentarsi in tribunale, qualora ragioni di Stato lo tenessero in Kenya: lo ha stabilito la Corte, con un’ordinanza emessa due settimane fa della quale Ruto si è già avvalso, ottenendo la cancellazione dell’udienza di questa settimana.