Siamo a pochi mesi dalle elezioni europee e dal semestre europeo affidato all’Italia. Si direbbe che i governi e le classi dirigenti del vecchio continente facciano di tutto per spegnere la speranza di futuro dei loro cittadini e aumentare la distanza tra società e politica.

L’Ue, che aveva a lungo sostenuto una posizione avanzata e attenta sulla tutela dell’ambiente e sulla difesa dai cambiamenti climatici, sta compiendo una svolta che offusca definitivamente la sua funzione di punta nel panorama mondiale. Sotto la pressione del mondo finanziario e delle grandi corporation, ogni giorno viene sfondato un argine da cui tracimano gli interessi privati e la spoliazione dell’ambiente naturale, sempre più apertamente sostenuti dai rappresentanti dei governi, Italia in testa. I tre episodi qui sotto riportati sono più convincenti di qualsiasi astratta argomentazione.

  1. La Commissione ha deciso di sospendere i finanziamenti per i progetti locali, bloccando le sovvenzioni alle piccole azioni diffuse per la mitigazione degli effetti climatici (un programma da 864 milioni di euro per il 2014) per sostituirle con prestiti privati. Si trattava di interventi sulle foreste e le torbiere, per la costruzione di percorsi di attraversamento della fauna selvatica con garanzia di corridoi ecologici, per la riduzione delle emissioni di gas serra nel settore lattiero-caseario e – caso curioso, ma molto rilevante per la conservazione della biodiversità – per la protezione della foca degli anelli nei laghi finlandesi. Molti sarebbero stati gli enti locali, gli istituti accademici e le organizzazioni non governative destinatari di questi fondi: tra di essi quelli spagnoli e italiani sono i più numerosi. Purtroppo dal nostro governo… silenzio tombale. Si conferma così l’approvazione di una tendenza più ampia a utilizzare i fondi pubblici come capitale di rischio per il settore privato, come già sta succedendo per i piani nucleari del governo britannico e per le proposte di infrastrutture energetiche dell’UE.
     
  2. A ruota di un’analoga presa di posizione dei top manager delle più importanti industrie energetiche europee (v. il post precedente in questo blog), i ministri dello sviluppo economico e dell’industria di nove Stati membri dell’UE, fra cui il nostro Zanonato, hanno emesso una nota congiunta sulla crisi dell’industria europea in cui si afferma che “è necessario che la Commissione analizzi il differenziale di competitività fra l’Europa e le altre economie avanzate, prodotto dal divario nei prezzi dell’energia e dagli impegni in materia di riduzione delle emissioni di CO2 e di produzione da fonti rinnovabili” e che si dovrà entro febbraio 2014 ridurre questo “differenziale di competitività”. È la prima volta che in Europa l‘attacco alle rinnovabili assume una dimensione sovranazionale. Ci si muove a testa bassa e al di fuori degli organi collegiali dell’Unione contro lo sforzo finora attuato per contrastare il cambiamento climatico. E, nello stesso tempo, si è disposti a sacrificare il futuro dell’industria, che risiede proprio nella sua riconversione “green”. Non sono tenute in alcun conto nemmeno le conclusioni dello studio del World Energy Council per cui nel 2030 le tecnologie verdi varranno il 34% del mix elettrico planetario. Ma tanto possono sui nostri governi le lobby energetiche, preoccupate dei rischi dei loro investimenti, dato che, nonostante la loro forza di rallentamento e conservazione, le politiche contro il riscaldamento globale sono destinate ad andare avanti (v. il rapporto della Banca Mondiale “Turn Down the Heat: Why a 4 °C Warmer World Must be Avoided”).
     
  3. Il commissario europeo all’Energia, Gunther Oettinger, avrebbe fatto cancellare da un documento della Commissione i dati sull’entità dei sussidi pubblici alle fonti fossili e al nucleare, molto superiori agli aiuti ricevuti dalle energie rinnovabili. Questo per negare che, se alle rinnovabili europee nel 2011 sono andati aiuti per 30 miliardi di dollari e all’efficienza energetica 15 miliardi, al nucleare di miliardi di fondi pubblici ne sono andati 35 e alle fossili 26, cui ne andrebbero aggiunti altri 40 per i danni sanitari che causano. E’ evidente come i dati siano stati cancellati perché sarebbe imbarazzante chiedere la progressiva riduzione degli incentivi alle rinnovabili quando fossili e nucleare, tecnologie mature e con grosse esternalità negative, ricevono aiuti pubblici molto più sostanziosi. Potremmo chiederne ragione a Sara Romano, alto funzionario del Ministero dello Sviluppo Economico, che ha assunto l’incarico di “Direttore generale per l’energia nucleare, le energie rinnovabili, l’efficienza energetica”. Non c’era stato un referendum contro il nucleare solo due anni fa?