Le 35 pagine del sommario per i decisori politici del Quinto Rapporto Ipcc confermano, ancora una volta, la solidità della scienza del clima e l’ampiezza delle variazioni del clima del pianeta già avvenute e attese per i prossimi decenni. Mentre i governi continuano ad eludere la raccomandazione di adottare un bilancio globale delle emissioni di Co2 per tenere l’aumento di temperatura al di sotto di 2°C, molto si sta muovendo nel campo delle imprese.

Al di là del tributo umano ed ecologico, condizioni meteorologiche estreme comportano enormi costi economici. Peter Thorne, coordinatore Ipcc, afferma che la competitività delle imprese in Europa sarebbe gravemente colpita: “Le aziende dovranno guidare la carica, se vorranno rimanere a galla”. Nel mondo industriale e nel settore alimentare, si sta diffondendo un allarme per la portata dei rischi di un cambiamento climatico non gestito. Come riporta Qualenergia, un sondaggio condotto nel corso del 2012 dal Carbon Disclosure Project su 405 aziende tra le più grandi al mondo, conclude che il 37% di queste (erano appena il 10% nel 2010) vede già l’impatto dei cambiamenti climatici sul proprio business, mentre l’81% percepisce un rischio materiale.

Nel caso delle imprese energetiche la questione è ormai urgente. È di 531.000 miliardi di tonnellate il bilancio della Co2 già immessa. L’industria dei combustibili fossili ha quasi 3.000 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio immagazzinati nelle riserve conosciute di carbone, gas e petrolio: troppi per non superare 2°C. Ciò significa che molti combustibili fossili non potranno mai venire estratti. Queste aziende possono quindi valere molto meno di quello che stanno affermando, perché le “riserve” che hanno comprato in concessione non potranno mai essere bruciate. Gli investitori negli Stati Uniti e in tutto il mondo hanno già invitato le 40 maggiori aziende di combustibili fossili (Eni tra di esse) a valutare l’effettiva consistenza delle loro attività, se non sono in grado di utilizzare i loro beni, in gran parte “virtuali”.

L’industria automobilistica localizza i nuovi impianti solo in zone rigorosamente esenti da catastrofi ambientali e compete principalmente sulla riduzione delle emissioni dei veicoli. Per i produttori di abbigliamento e calzature, come denunciano North Face, Timberland, Reef e Nautica, il cambiamento climatico rappresenta una minaccia molto reale. In particolare, i grandi acquirenti di cotone, non hanno garanzie di prezzi per una merce che può risentire di condizioni meteorologiche estreme, della diffusione dei parassiti e della scarsità d’acqua. La stagione sciistica è mediamente ridotta di due settimane a causa del riscaldamento globale, che si traduce in un minor numero di sciatori e quindi un minor numero di persone che comprano abbigliamento invernale.

C’è poi una profonda preoccupazione nel settore assicurativolo affermano i Lloyd’s – dato che le perdite globali a causa di catastrofi ambientali sono in aumento. Solo negli stati Uniti, mentre la perdita annuale nel 1980 è stato di circa 10 milioni di dollari, negli ultimi anni la perdita è balzata a 50 milioni.

L’industria alimentare cerca di correre ai ripari e si schiera con l’Ipcc. La New Belgium Brewing Co., la terza più grande società di produzione di birra artigianale negli Usa, denuncia il pericolo della vulnerabilità al clima della sua catena di fornitura (orzo, luppolo e acqua). Starbucks si sta preparando alla possibilità di una grave minaccia per le forniture mondiali per il suo più prestigioso anello della catena (il chicco di caffè Arabica).

Secondo alcune tra le maggiori imprese ittiche europee (AG Seafood, Eismar, Norge) l’aumento della temperatura, l’acidificazione degli oceani e la carenza di ossigeno, che cresce con la temperatura, stanno producendo zone morte e modifiche negli ecosistemi oceanici, segnalati visibilmente dall’aumento delle popolazioni di meduse. Nell’Atlantico si stanno trovando sempre meno specie settentrionali e più specie meridionali, come l’ombrina atlantica, ormai diffusa sui banchi dei nostri supermercati. Il pesce spada si è spostato di 2000 Km a nord in Cile e l’hanno seguito con enormi disagi le colonie di pescatori siciliani emigrati.

Nel complesso, si tratta di un disastro che rischia di mettere in ginocchio l’industria della pesca locale. L’impatto si fa sentire anche sulla pesca d’allevamento. Circa il 65% dell’acquacoltura è in acque interne ed è concentrata per lo più nelle regioni tropicali e sub-tropicali dell’Asia, spesso nei delta dei grandi fiumi. L’innalzamento del livello del mare previsto per i prossimi decenni incrementerà la salinità dei fiumi, ripercuotendosi mortalmente sugli allevamenti ittici.

Insomma siamo al cortocircuito tra produzione, consumo e stili di vita con una unica via d’uscita: andare alla radice dei problemi, occuparsi del clima.